Osservatorio [R3]Circle: Riuso Riciclo Rigenero | Parte 1 La sostenibilità passa anche per la moda

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Post Altaroma_MKR2020

Si è conclusa, nel mese di dicembre 2020, l’ottava edizione in formato digitale della ‘Maker Faire Rome – The European Editiondi Maker Faire la più grande fiera internazionale dell’innovazione e della creatività, nata nel 2006 nella zona di Bay Area di San Francisco l’evento organizzato dalla Camera di Commercio di Roma attraverso la sua Azienda speciale Innova Camera, dove persone di tutte le età si riuniscono per mostrare i progetti a cui stanno lavorando, condividono conoscenza e validano i propri prototipi.

Che c’entra, vi starete chiedendo, con la moda e la sostenibilità una fiera di questa portata dove nerd e cervelloni di tutto il mondo si incontrano e condividono il sapere delle proprie idee e scoperte?

Ebbene c’entra eccome, difatti è in questo tempio del fare che Altaroma ha presentato in collaborazione con Make Faire Rome, [R3]Circle – Riuso Riciclo Rigenero, il progetto legato alla sostenibilità del sistema moda ponendo il focus su alcuni degli aspetti che vi ruotano attorno: processi e materiali innovativi, cura e responsabilità sociale, attenzione verso l’impatto ambientale, che sono alla base della filosofia dei designer che aderiscono alla seconda edizione del progetto.

Oggi la sostenibilità ambientale non è più solo un’opzione per le imprese, ma è un presupposto dell’offerta come risposta obbligata della nuova domanda, è un sentire comune tra produttori e consumatori. Per far sì che la sostenibilità interessi tutti i processi di lavorazione del settore, si avverte la necessità di concentrarsi sul concetto di sostenibilità onnicomprensiva e sul come creare valore investendo in capitale ambientale e capitale sociale.

Maker Faire Rome – EU Ed. _@makerfairerome- Instagram

Nel Fashion Sistem l’emergenza è stata avvertita e accolta da 12 dei giovani designer giunti, in questa cornice seppur virtuale, alla Maker Faire Rome direttamente del vivaio Altaroma, che attraverso i loro lavori e collezioni hanno saputo dare la giusta attenzione e importanza al concetto di riciclo, eco-sostenibilità e economia circolare nella moda.

Ci siamo dati 3 appuntamenti con cadenza settimanale, nel nostro primo incontro rompiamo il ghiaccio e parliamo di Sostenibilità, Riciclo, Innovazione: filosofia, metodo e parole chiave per una moda etica e sostenibile.

Si parla di moda, è possibile coniugare il rispetto per l’ambiente all’eleganza?

A questa e ad altre domande ha risposto una platea tutta al femminile di 4 dei giovani designer intervenuti, per raccontarci del modo di lavorare, il loro processo produttivo e soprattutto la filosofia alla base delle loro creazioni sottolineando come il designer negli anni 2020 non è solamente un creativo ma è anche un imprenditore e un ricercatore.

C’è chi come Bav Taylor, nata a Londra, indiana per origine, del suo mantra ‘ respect your body + your sphere‘ ha fatto il manifesto del suo brand green a 360°: lavorazione dei tessuti sostenibili, supply chain molto trasparente, produzione etica, lavorazione made in Italy al 100% oltre al contributo sociale – per ogni capo parte del ricavato viene destinato al piantamento di alberi, alla fornitura di acqua ai bisognosi e alla pulizia degli oceani. Capo simbolo della sua produzione è la camicia di seta riciclata ricavata dalla foglia all’aloe vera raccolta in Amazzonia. Il progetto basato sulla ricerca vuole dimostrare l’esistenza di tessuti alternativi da utilizzare nel mondo della moda.

Prana Mantra Shirt in Japanese organza silk & Aloe Vera with recycled cotton fibre buttons – Bav Taylor collection20-21_ph Bav Taylor designer

Francesca Marchisio, invece, emiliana di Reggio Emilia, con la sua capsule ‘Waste Couture seleziona materie prime, fornitori locali e valorizza i rifiuti. Il suo progetto, di ispirazione concettuale, parte dalla lettura di “Lezioni americane” di Italo Calvino, in cui l’autore tratta sei temi, sei lezioni, attraverso la circolarità dei loro opposti.

È in questa filosofia degli opposti che la designer si riconosce, dove pensando a ciascun modello e a quello che viene perso recupera tutti gli scarti ripensandoli in altri motivi e attribuendogli un valore maggiore con l’intervento di sarte ricamatrici locali che danno unicità ai nuovi capi che si aggiungono agli altri, così chiudendo il cerchio del suo progetto, ossia, progettare capi reversibili che devono unire più anime, essere funzionali e che possono mutare nel tempo insieme a chi li indossa, conferendogli l’aspetto fashional e timeless allo stesso tempo.

01_H24-CITY-EVERYDAY-SPIRITUAL_ph Francesca Marchisio designer

Maria Gambino, invece, è la mente di Repeinted – la linea di beachwear eco-sostenibile, le cui creazioni sono realizzate a mano con il recupero della plastica che si trova nei mari, generalmente reti da pesca abbandonate ma anche materiale pre e post consumo come copertoni, bottiglie e tanti altri oggetti che si depositano nei fondali marini. La lavorazione è complessa, si parte dalla raccolta delle plastiche che viene nuovamente compattata e ritrasformata.

Da qui nasce un filato, tecnicamente performante, ad impatto quasi zero e superiore dal punto di vista qualitativo e di durevolezza nel tempo. Al materiale così trasformato vengono poi incorporati un insieme di valori che sono alla base del progetto: il made in Italy – tutto viene realizzato a mano in laboratori sartoriali, e la ricerca artistica – Repeinted significa ridipingere, ogni anno le stampe si ispirano ad un determinato movimento artistico e al contempo rappresentano un animale, rievocano una città, raccontano una storia, portano un messaggio che si vuole arrivi al cliente finale.

Indian Decor – 2020 _ ph Repainted – Italian Beachwear

Maria Sapio nasce in Italia e cresce in Germania, nel Knitwear Design esprime al meglio la sua verve creativa. La sua maglieria si distingue per i filati di nuova generazione e le tecniche di tessitura all’avanguardia. Ogni creazione è un prezioso pezzo unico di alta moda, realizzato con una lavorazione che lega a doppio filo tradizione e tecniche innovative. La sostenibilità passa per determinati valori, il processo di lavoro segue un codice etico, al centro c’è la persona e le tradizioni dove i vecchi macchinari con i cardi si amalgamano ad una nuova visione di maglieria in cui è importante la programmazione.

mariasapio-handmade-knitwear-brand_ph Maria Sapio

La moda etica può essere Glam?

“Si, estetica ed etica possono coesistere e si parla di eleganza.
C’è chi le vede nella storia di un prodotto e nel capire da chi e come è stato creato, ritrovando in questi il proprio lusso, personale e privato; chi altri, invece, le trova nel prendersi cura di se stessi e dell’ambiente, valori declinati anche nel prendersi cura del progetto da parte di tutte le persone che vi collaborano, per essere condiviso affinché il risultato sia di qualità e rispettoso dell’ambiente. Altra visione è quella di chi trova l’eleganza in qualcosa di prettamente interiore alla persona, quale sinonimo di studio e di cultura, dove il lusso è anche sostenibilità intesa come scelta oculata da parte del consumatore finale nell’acquisto di in capo piuttosto che di un altro perché scelto con un pensiero green”.

Tutto questo fa riflettere sul come conciliare la sostenibilità con la realtà del fast fashion e con i ritmi frenetici e incalzanti che la nostra società ci costringe a tenere, impedendoci di soffermarci e pensare sulle scelte di acquisto.
Allo stesso tempo, e per mera onestà intellettuale, bisogna riconoscere che per convertirsi alla moda sostenibile è necessario educare il consumatore ad andare in quella direzione. Fortunatamente le cose stanno cambiando, adesso anche i grandi brand tendono alla sostenibilità, e la moda, con il suo appeal – carattere persuasivo da non sottovalutare-, può lanciare dei messaggi sociali molto importanti e aiutare al cambiamento, ma perché ciò avvenga è pur sempre necessario lavorare sul consumatore, sensibilizzare chi compra.

Come farlo?

Le soluzioni posso essere le più diverse ma occorre sempre un lavoro di squadra che parte dal basso. I brand potrebbero essere il più trasparenti possibile, spiegare al cliente il perché devono essere più sostenibili nelle loro scelte. Mentre il sistema moda potrebbe rallentare le tempistiche delle collezioni e dare al cliente anche il tempo di innamorarsi di un prodotto, di entrare e scoprire le storie e comprendere la filosofia che vi risiede, così da potersi sentire parte del progetto e orientare le proprie scelte verso la sostenibilità.

Sostenibilità-ambientale @HelloGreen

Quello passato è stato l’anno del digital, piattaforme e app dall’uso facile, smart e accessibile a tutti. Un nuovo e veloce modo di comunicare, low cost rispetto ai canali tradizionali di distribuzione e di vendita e strumento ottimale per intercettare più pubblico e accrescere la visibilità del brand.
Ma è davvero andato tutto così, liscio, oppure non è cambiato niente rispetto all’anno precedente?

Cos’hanno risposto le nostre designer?

Per Francesca Marchisio la questione non è agile, occorre sempre considerare due facce. Da una parte c’è l’aspetto molto democratico del digital perchè dà la possibilità a tutti di accedervi e quindi di trovare la propria piccola nicchia sparsa in tutto il mondo, non solo localizzata in un unico luogo; d’altra parte si ritrovano tutti lì. È un’arma a doppio taglio perché c’è troppa informazione, a volte corretta, delle altre poco sincera e questo disorienta il consumatore finale.

Maria Gambino, invece, se da un lato premia la tecnologia, strumento capace di aumentare la visibilità del brand con le vendite online (perché di fatto lo shop online è piaciuto ndr); dall’altro evidenzia le criticità del digital ricordando come i marchi sostenibili, in special modo quelli emergenti, fanno moda con un prodotto più costoso e questo causa delle difficoltà nella distribuzione perché i buyer, non toccando con mano le creazioni, possono interrompe la distribuzione e dunque la vendita al cliente finale.

Della stessa idea è Maria Sapio, seppur conscia del fatto che il digitale aiuta tanto, per comunicare un grande prodotto, portatore di valori quali etica e sostenibilità, occorre toccarlo. Così fa scendere in campo l’artiglieria pesante, l’esperienza sensoriale: «per capire un capo di maglieria si deve apprezzare il filato e questo passa dal tatto, si deve sentire, e qui il buyer è fondamentale, da solo il digitale non è sufficiente. C’è bisogno che qualcuno lo racconti di persona, che lo faccia vedere, perché arriva totalmente diverso rispetto alla fotografia digitale, questa aiuta, certo, ma non e sufficiente rispetto al contatto umano».

Dagli incontri con i designer, ciò che è emerso con forza è la rilevanza che assume la conoscenza approfondita delle fasi di lavorazione – molto spesso legate ai singoli territori – e quanto questa possa contribuire al cambiamento.

La sostenibilità, dunque, è a tutti gli effetti un nuovo modo di concepire la moda, non è più solo un’opzione per le imprese ma è un approccio alla produzione che sta dimostrando quanto rigenerare e rivalorizzare, riducendo sprechi e ottimizzando materiali e lavorazioni, possa concretamente implementare il business e sostenere al tempo stesso la collaborazione tra le piccole e medie imprese che compongono questa articolata filiera sino a giungere al consumatore finale, che si spera sempre più consapevole delle proprie scelte d’acquisto.

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