La Chiavica di Legno

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Un tempo ci arrivavo in bicicletta da Case Selvatiche, pedalando nel sottofiume, da Via Tre pertiche.

Pur circondato da campi, abitazioni e argine, questo brano di campagna trattiene in sé una secolare selvatichezza, così come cita l’epigrafe in marmo posta sopra la porta d’accesso alla chiesetta.

In passato la chiamavano Villa Tamba (che era quasi tutto dei Tamba lì attorno, dicevano i nonni, ma non aveva il colore rosso delle altre dimore) e da bambina questo cognome mi parlava di opulenza allegra e contadina. Solo crescendo ho scoperto che di quelle antiche travi, oggi divelte, di quei muri “nobili”, in abbandono, il primo proprietario fu nel 1837 tal Carlo Severini, grande amico di Rossini. Lì sulla targa leggi che dimorava a Parigi e subito ti risulta insolita questa combinazione tra una sfavillante Belle Epoque e quel “terreno che vedi / fra il Reno e il Po vecchio / paludoso e selvaggio”.

Io l’ho sempre chiamata “La chiavica di legno”, anche se l’antica chiavica andò in disuso già nel Settecento.

 

 

Di luoghi abbandonati e case coloniche in rovina, il nostro territorio è purtroppo ricco.

Qui però l’effetto è sorprendente, anche oggi che oramai è tutto in sfacelo, questa villa vi si staglierà davanti con la sua imponenza neoclassica. Vi accorgete, venendoci, che le dualità e le ambivalenze persistono. A dispetto della sua architettura possente qui la mente coglie innanzitutto la fragilità.

Allora salgo sull’argine per cambiare visione, per abbracciare con lo sguardo la pianura, con quella fame di vastità di chi nasce in questo territorio. Sento alle spalle, senza vederlo davvero, la presenza del fiume. Qui, coperte dalla vegetazione, le acque del Santerno si gettano nel Reno. Meglio ancora starsene seduti tra l’erba alta, con lo sguardo perpendicolare all’argine e dimenticare che questo è luogo di molti ma lo vorresti solo per te.

Oppure puoi concederlo solo a quell’uomo che passeggia sulla strada bianca, che tiene in mano un ombrello rosso per ripararsi dal primo sole. Sì, a lui sì.

 

 

Da lassù vedo arrivare una macchina, parcheggia a fianco della chiesetta. Qualcuno entra per il tempo di accendere un lume e farsi il segno della croce, poi se ne va. Se andrete di domenica troverete aperta la porta dell’oratorio.

Dell’interno due elementi hanno sempre attratto la mia attenzione: la statua di S. Anna con sua figlia, la Madonna bambina e un’epigrafe murata sulla parete destra che inizia come un romanzo “La guerra infuriava nella casa Pertegato”. Se la piccola chiesa campestre è salva è grazie ad alcuni fedeli, tra cui mio zio, che tra il 1988 e il 1990, la restaurarono. Per questo motivo, siccome ero autorizzata a farlo sin da bambina, mi piace scostare la tenda che dall’abside conduce all’area laterale del presbiterio. Lì c’è una finestra che dà sulla campagna, la intravedi da una tenda bianca ricamata. Sul muro c’è un quadretto con il Cantico delle creature di San Francesco.

 

 

Non crediate che questo paesaggio non sia già stato cantato da molti e da molti raccontato con la profondità che è peculiare alla ricerca storica. Io ve lo racconto a partire da quella pesante tenda  che segna un confine con il retro, da quell’unica preghiera che per me è racconto: il racconto di chi è consapevole di abitare un luogo bellissimo eppure umile.

Di fianco alla chiesa permangono i segni di un mondo scomparso, quello dei pionieri della valle, che livellavano, disboscavano e mettevano a coltura. Due oratori, una scuola, la ghiacciaia, la dimora dei salariati, le stalle, la bottega, i magazzini: permangono solo le rovine, ormai simulacro di un’utopia agraria che per più di un secolo fece comunità.

I luoghi hanno uno e molti nomi che nel tempo si succedono. I luoghi hanno dei segreti, soprattutto quelli inaccessibili. Per coloro che volessero avere una chiave per la riscoperta della dimensione della memoria e di “quel che resta” suggerisco la lettura del libro di Vitaliano Teti, Il senso dei luoghi: memoria e storia dei paesi abbandonati, edizioni Donzelli. Per chi invece ama le storie delle grandi cascine e dei poderi tra Emilia e Romagna cerchi il racconto di Valerio Massimo Manfredi Otel Bruni, contenuto nella raccolta di racconti Storie d’inverno, edito da Mondadori. Pur essendo che lo scrittore l’ha trasformato in romanzo, il racconto usa la sua brevità per tracciare l’effimero nel solco di storie antiche in cui protagonista è la casa, che da tempi immemorabili era sempre aperta per chi soffriva la fame, il freddo e la solitudine.

 

 

Ecco, se guardo dalla finestra della sagrestia, però, un luogo credibile si oppone all’illusione del passato. Il mio sguardo fruga tra la vecchia stufa, qualche sedia in legno accatastata, cesti e contenitori: le utilità necessarie a ciò che fa da sfondo al rito.

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*Villa Ghedini a Chiavica di Legno (Filo, RA) UN CAPOLAVORO DI ARCHITETTURA RURALE CHE VA IN ROVINA Francesco Pertegato e Giovanni Geminiani con la collaborazione di Daniele Alberti

4 Commenti

  1. Da ferrarese, “quella fame di vastità di chi nasce in questo territorio” la capisco bene. Mi pervade ogni volta che, guidando o da passeggera, lascio vagare lo sguardo dal finestrino verso la pianura. Sui campi arati e scuri, a volte fumanti di nebbia che sale, nelle giornate d’autunno, sulla terra coperta di brina bianca e scintillante nel gelo dell’inverno, sugli steli verdi del grano giovane che ondeggiano al vento contro il cielo limpido primaverile, sulle alte piante di granturco nel sole caldo della fine dell’estate. Io adoro questa sterminatezza, l’orizzonte che si spalanca e corre a perdifiato.

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