Pitecus, la sublime e necessaria ferocia di Rezzamastrella

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Il teatro contemporaneo è in decadenza perché ha perduto da una parte il senso del serio, dall’altra quello del comico. Perché ha rotto con la gravità, con l’efficacia immediata e mortale – in una parola col Pericolo. Perché d’altra parte ha perduto il senso autentico dell’umorismo e del potere di dissociazione fisica e anarchica del riso. (…) lo stato di cose nel quale viviamo deve essere distrutto con diligenza e malvagità, su tutti i piani e a tutti i livelli dove intralcia il libero esercizio del pensiero.
[ Antonin Artaud, La messa in scena e la metafisica ]

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Ha la fine del mondo scritta in faccia Antonio Rezza, divino artefice di ciò che Starobinski indicava come derisoria epifania del saltimbanco. La sua è una scena del disastro sulla quale un corpo addestrato all’intransigenza e al rigore artaudiani dà voce a un’umanità in pieno processo di decomposizione. La catastrofe, d’altronde, la respiriamo a pieni polmoni, quotidianamente, e ce ne siamo talmente assuefatti da non farci più caso, tanto che non reagiamo più neanche davanti alle peggiori nefandezze e atrocità.

Grazie alla rassegna estiva del Teatro Menotti, Menotti in Sormani 2022, presso la Corte d’Onore del Palazzo Sormani abbiamo visto a Milano il 30 luglio l’immortale Pitecus, che va in scena dal 1995. Un uomo, Antonio Rezza, invaso da un pensiero radicale e folgorante, sale sul palco e basta questo per scatenare una folle trottola di situazioni e personaggi grotteschi, spregevoli, paradossali. Siamo nella regione dell’altra faccia del sacro, quello che viene dal basso, dal disordine, dall’anarchia, dallo spreco improduttivo, dalla sovranità senza limiti del singolo. Ma no, Antonio da solo non basta per generare ciò che viene giustamente chiamato “esperienza” (si è ben oltre concetti stantii come “spettacolo” o “rappresentazione”) quando si parla del teatro di Rezzamastrella: c’è bisogno della genialità di un’artista visiva come Flavia Mastrella, autrice degli habitat nei quali il performer letteralmente vive in un’oscillazione permanente tra frammenti fulminei e fulminanti, senza alcuna apparente pretesa di coesione. Ma se è vero che sulla scena è impossibile (e anche indesiderabile) trasmettere dei pensieri, sotto la crosta di non-sense, di situazioni surreali, è in piena ebollizione una visione dalla lucidità estrema, bella e feroce: la crudeltà in tutta la sua purezza.

 

Sono dei lavori teatrali
che fanno a pezzi tutto
che criticano tutto finché tutto è a pezzi
[ Thomas Bernhard, Alla meta ]

Attraverso le aperture applicate ai tendaggi variopinti che sono predisposti su una semplice asta per tutta la lunghezza del palcoscenico, sbucano parti del corpo del performer: la testa, un braccio, una gamba… c’è in Rezza una coerente estetica della deformazione che comunica ben al di là della parola (la deformazione del viso ricorda i quadri di Bacon, l’ampia gamma d’intonazioni vocali rimandano ad Artaud, la lingua stessa il dialetto inventato nasce dallo stesso processo di alterazione della realtà), non che il testo (mai) scritto sia di minore intensità. La comicità luciferina di Rezza, quella che scatena il riso assoluto (una delle poche esperienze sovrane a disposizione dell’essere umano) non può che essere il risultato di un incastro perfetto tra corpo e parola. E allora, sempre con Artaud, si «va dall’immobilità bavosa alla risata irrefrenabile fino alle lacrime». E di che cosa si ride in fondo? Questa è una risata crudele, implacabile, apocalittica perché nella galleria di strambi personaggi usciti dalla fantasia demoniaca di Rezza c’è posto per tutti, ci siamo tutti fino al collo, c’è l’umanità con tutto il suo fetore e tutta la sua abiezione. C’è l’architetto che progetta barriere architettoniche, il sociopatico, l’handicappato, il pervertito, le sorelle di Cenerentola, i genitori drogati, la santa, c’è chi non si alza più dal letto (scriverà Rezza nel suo bellissimo libro di frammenti, Son[n]o: «Un mattino ti svegli e non sai chi sei. E speri di non esser tu. A poco a poco capisci che lo sei. E quando lo sei smetti di capire»). Il pubblico ride ma sente il pericolo, la minaccia incombente che arriva dal palco e d’altronde è pronto a immolarsi alla violenza rituale di Rezza, fustigatore implacabile della meschinità di questa nostra specie di omuncoli involuti, di questa pseudo-società di cadaveri. Thomas Bernhard docet: «L’umanità di per sé è la cosa più brutta che ci sia». L’interazione con il pubblico che è parte integrante della performance è fatta di continui sbeffeggiamenti, maltrattamenti, insolenze, trappole. E se per Emil Cioran «un libro deve frugare nelle ferite. Anzi deve provocarne di nuove. Un libro deve essere pericoloso», ciò che si prova davanti a un lavoro firmato Rezzamastrella è precisamente questa ferita e non a caso la cifra stilistica dell’habitat è la lacerazione.

La cultura è rovinata quando si finanzia tutto

Ma per arrivare a questi risultati, per praticare da trentacinque anni l’unica forma d’arte vera, cioè l’arte per l’arte, non asservita né al pubblico, né tantomeno all’ambiente teatrale e alle istituzioni, il duo Rezza-Mastrella ha da sempre scelto con il massimo rigore la via della totale indipendenza e del radicale rifiuto delle ingerenze ministeriali, vale a dire dei soldi pubblici, delle sovvenzioni. Come non ricordare allora la virulenza di Thomas Bernhard, un altro fanatico della perseveranza, che ci ha lasciato pagine memorabili a questo proposito:

«Sono contro ogni sovvenzione, contro ogni forma di pensione, e agli artisti non si dovrebbe pagare un centesimo. Sarebbe l’ideale, forse allora ne viene fuori qualcosa. Agli artisti si dovrebbe assolutamente sbarrare e chiudere a chiave le porte dove vogliono entrare. Non bisogna dargli proprio niente, bisogna buttarli fuori (…) Detto in una frase: sopprimere tutto ciò che è sostegno e sovvenzione. Non darei mai dieci scellini a un giovane artista, per nessun motivo. Deve affrontare la vita: o diventa qualcuno, oppure no. Ho fatto così anch’io. Solo che l’Austria è uno stato di sovvenzioni, viene sovvenzionato tutto, ogni cervello, benché stupido, è ricoperto di sovvenzioni e fasciato, occhi e orecchie turati con i soldi dello stato, in modo che la gente non veda più niente, non senta più niente e alla fine non sia più niente.»

Forse allora ne viene fuori qualcosa: già! … possiamo dire che a proposito di Antonio Rezza (pur sottolineando che le sue performance sono imprescindibili dalla maestria di Flavia Mastrella alla quale compete l’aggressione dello spazio e la sua manipolazione), sempre Bernhard avrebbe potuto affermare a buona ragione: «Trovo che uno spettacolo teatrale potrebbe essere formidabile, anche soltanto con un grande attore, che se ne sta seduto per ore e ore, muovendo solamente un piede».

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La si può sempre trovare a caccia di qualche delirio. Amante della forma breve e del silenzio – tratti inspiegabilmente e costantemente inficiati da una delittuosa prolissità, ha partorito aforismi che sono stati curiosamente raccolti in alcuni volumetti. Si esprime in diversi idiomi ma molto spesso sceglie di tacere. Negli anni ha rivolto un’appassionata attenzione allo studio e alla propagazione dell’opera di Emil Cioran, inoculandone il veleno nel pubblico italiano attraverso saggi, traduzioni, articoli, convegni. Affetta dal morbo della dissipazione, attualmente sta svolgendo una ricerca su Geroges Bataille e Antonin Artaud. Eretica e marginale del teatro, s’intestardisce comunque a bussare alla sua porta, accontentandosi all’occorrenza anche di rimanere sulla soglia, dimensione, tra l’altro, a lei particolarmente consona.

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