Trasparenze Festival. Iniziamo dal fondo

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ph Chiara Ferrin

 

Iniziamo dal fondo. E dalla poesia.

E qui ci poteva stare la paglia
qui dell’altra roba questo era l’angolo
dei coltelli questo il posto delle cose
di tutti i giorni di tutte le cose perché
i giorni sono tutti i giorni e tutti i giorni
sono giorni mesi anni la madre che diventa
vecchia la vecchia che diventa nonna
la gonna della figlia che s’accorcia
la torcia degli occhi che s’infiamma
se questa è un’ombra è di pagliaio
sì il posto della paglia delle braccia
delle storie al caldo nel buio che la faccia
non si vede se hai paura o se sfiori il vicino
tuo quel giovane quella giovane l’odore di gelsomino
anche se non è primavera sarà stato vero amore
sarà stata sincera la famiglia unita nel colore
dei capelli che si dice sono quelli che più durano
nella nuda terra come i fiori d’inverno nella serra.

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Questa l’ha letta Azzurra D’Agostino, viene dal suo libro Canti di un luogo abbandonato.

Eravamo in cerchio, dopo la salita a piedi da Gombola, dove da un po’ si fa Trasparenze Festival che quest’anno ha computo dieci anni, a Palaveggio.

Che è, appunto, un luogo abbandonato.

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CAMMINATA UTOPICA NEL BOSCO

Iniziamo dal fondo.

Dalla base.

Da quel che ci unisce, prima delle sacrosante e spesso complicate specificità di ciascuna e di ciascuno.

E di quelli che non stanno nelle a né nelle o.

Compiere assieme, che bello e che fatica questo assieme, la salita per andare ad ascoltare tre persone sapienti.

Azzurra appunto, le sue parole distillate.

E Fabio Biondi e il suo teatro nel bosco.

E Gerardo Guccini che intreccia la Repubblica di Platone, Utopia di Thomas More e La città del sole di Padre Tommaso Campanella.

Camminata utopica nel bosco, l’han chiamata.

Utopia è non-luogo.

Luogo del non.

Del non silenzio, nonostante Stefano Tè che guidava il gruppo l’abbia chiesto con chiarezza più volte ai camminanti.

Vogliam fare la rivoluzione e non riusciamo nemmeno a star zitti un attimo se uno ce lo chiede.

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TRASCENDENZA È SCAVALCARE

Iniziamo dal fondo.

Dalla necessità di una grande rivoluzione umana, come dicono i buddisti.

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo diceva Gandhi, anima grande.

Qui il cambiamento è nell’ordine della trascendenza, parola che nell’etimo rimanda allo scavalcare fisicamente qualcosa, abbiam pensato camminando.

Per questo l’immagine di Chiara Ferrin che abbiamo messo in apertura di queste poche righe ci sembra appropriata: Davide Filippi, attore e direttore tecnico del Teatro dei Venti, è al lavoro nella chiesetta di Gombola.

Legno delle sedie, della scricchiolantissima gradinata e della croce.

E pietre.

E desiderio.

Che nulla si fa, senza il desiderio.

Men che meno portare quassù, in mezzo ai monti, un manipolo di artisti, alcuni proprio, proprio bravi.

E di spettatori, alcuni anche della zona: pubblico vero, merce rara.

Qui li agganciano a furia di passione.

Di idee.

Di fatica antica.

Sollevare, abbracciare, illuminare, camminare, raccontare.

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DIALOGHI DEGLI DEI

Iniziamo dal fondo.

Dalle basi.

I Sacchi di Sabbia rendono il teatro un fatto popolare, o meglio elementare, nei loro Dialoghi degli dei creati assieme a Massimiliano Civica: si manifestano le traiettorie, i ritmi, le geometrie.

Un limpido esempio di quel che il fatto teatrale quasi sempre comporta: gioco delle variazioni sul già noto, direzioni, intenzioni che diventano in-tensioni, di sguardi e tendini.

Invenzioni tutte nell’alveo del teatro –niente ibridazioni, qui- per uno spettacolo popolare e sapiente che andrebbe mostrato in tutte le rassegne, soprattutto quelle sperdute, a rendere il teatro faccenda ammirabile e avvincente, lontano dai respingenti intellettualismi con cui la scena contemporanea spesso ci ammorba, a rendere tutto sempre più questione da intenditori, gente che si chiama per nome come fossero tutti cugini, o peggio parte della stessa Famiglia, a usare il bene pubblico per il proprio personale diletto, o peggio tornaconto.

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L’UOMO È UN ANIMALE FEROCE

Iniziamo dal fondo.

Dal fare antico di un grande Maestro del teatro italiano, Silvio Castiglioni, che mette il suo lieto sapere al servizio degli struggenti e stralunati racconti di Nino Pedretti e in L’uomo è un animale feroce con micro-variazioni del proprio corpo-teatro, come direbbe chi sa parlar bene, sposta l’aria intorno, ci fa sorridere e ridere, commuovere e immaginare.

Ci fa scorgere universi.

Una precisione vocale millimetrica, da radiodramma -sideralmente distante dal fine dicitore che gigioneggia compiaciuto della propria bravura- dà corpo, letteralmente, a un mondo: chiaro esempio di come il teatro, quando è tale, non solo imita/evoca/descrive il reale, ma letteralmente lo ricrea.

Al termine della prima delle due repliche da noi viste a Trasparenze, Castiglioni tira fuori di tasca un foglietto e ci legge un altro racconto di Pedretti “che ha ridotto e a cui sta lavorando”: esempio semplice di artista-artigiano che apre la propria bottega e mostra il proprio itinere. Gratitudine, commozione.

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PICCOLI FUNERALI

Commozione anche per quella che è stata, per noi, la scoperta del Festival: Maurizio Rippa, i suoi Piccoli funerali ci fanno attraversare, insieme, in una sorta di teatro-canzone emotivo e massimamente estroflesso, i territori del lutto, del dolore.

A noi, guardatori seriali di teatro a tratti anche un po’ disillusi e allergici alla TV, sulla carta -ce lo raccontassero- uno spettacolo come questo avrebbe fatto venire l’itterizia: un tema facile e massimamente “funzionante” (usiamo questo aggettivo nella peggior accezione possibile) e una serie di canzoni note e strappacuore, da Cucurrucucú, paloma di Caetano Veloso ad Alfonsina y el mar di Mercedes Sosa fino a Moon River.

Robe da Amici di Maria De Filippi avremmo detto – e forse diremmo ancora, se ce lo raccontassero.

E invece.

In questi Piccoli funerali siam caduti dentro, tutti interi.

Perché, ci siam poi domandati?

Per la piena ostensione senza mediazione di questo artista appassionato, per le sue mani sudate e le sue lacrime mentre alla fine mettevamo nella scatola di legno che teneva in grembo, processione umanissima e dolente, foglietti con i nomi di persone care che non ci sono più.

Di più non sappiamo dire, a proposito del mistero che questi Piccoli funerali attraversano: forse la loro forza sta nell’andare al fondo del patto tra artista e spettatore, o più in generale tra umano e umano.

Cercare quel pre che precede ogni individualità, ogni salvifica e al contempo faticosissima specificità.

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IL REGNO PROFONDO – PERCHÉ SEI QUI?

Tra umano e umano, ma anche tra umano e divino, a porre fonde questioni etiche e filosofiche sta Il regno profondo – perché sei qui? di e con Claudia Castellucci e Chiara Guidi, due giganti assolute della scena contemporanea mondiale che sono arrivate in cima al monte e hanno eseguito questo spettacolo che non esistiamo a definire un capolavoro con il rigore e la precisione che avrebbero messo, ne siamo certi, fossero state nel più importante teatro di Parigi.

Quando questa preghiera, o invettiva, debuttò, ormai cinque anni fa, intervistammo Claudia Castellucci (qui le sue pietrose e illuminanti parole): ritrovarle in una chiesetta di pietra posta al centro di uno sperduto borgo di montagna a eseguire in assoluto sincrono acrobazie omofoniche su un testo poetico e misterico, invocante e iconoclasta ci è sembrato un regalo di precisione curatoriale non scontata né di poco conto.

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UN PROGETTO CHE SAREBBE PIACIUTO A DON MILANI

Iniziamo dal fondo.

Il fondo, o il fatto -per dirla con Deleuze- di un’azione culturale in un posto così è dato dalla relazione.

E la relazione chiede tempo.

E una visione.

E la capacità di includere, liberati dalle noiose distinzioni di cultura alta e bassa, di serie A e di serie B, che troppo spesso impestano il nostro ambiente.

Trasparenze -e questo per noi è il maggior complimento che potremmo fare- è un progetto culturale terrigno e inclusivo, visionario ed esortativo, finanche didattico, che sarebbe piaciuto a don Lorenzo Milani. Che per noi, sia chiaro, rimane uno dei più grandi rivoluzionari del Novecento.

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E QUESTE NUVOLE

Iniziamo dal fondo.

Stavamo tornando dalla Passeggiata, e vedevamo Gombola là in fondo, c’era un gran paesaggio di alberi e mille verdi che son tutti diversi a guardarli per bene e il cielo che non sta mai fermo e noi in fila sui calanchi.

Per un attimo abbiam pensato che questo noi, almeno per un po’, forse è possibile.

Ripartendo dal fondo.

Dal legno delle croci e delle sedie.

Dall’arte artigiana che sale in cima alle montagne e si offre in un boschetto o in una chiesa di pietre.

E ci è venuta in mente quella poesia di Velimir Chlèbnikov che aveva tradotto Paolo Nori.

E con quelle parole in testa abbiam mangiato tutti assieme per l’ultima volta, poi siam tornati a casa:

Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.

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