Dentro una serie: Alessandro Garramone e la sua “Wanna”

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wanna marchi oggi

 

Per chi come me è nato negli anni ’90, Wanna Marchi è un personaggio dai contorni sfumati che fa parte dell’immaginario infantile: ricordo che di lei si parlava in casa, ricordo le denunce di Striscia la Notizia, i suoi strilli da pazza indemoniata. Eppure, senza Wanna, la docuserie appena uscita su Netflix che narra l’ascesa e il declino della televenditrice più famosa e truffaldina d’Italia, non sarei stato in grado di ricostruire la sua vicenda. Guardando il documentario e gli insulti che la Marchi rivolgeva alle donne che chiamavano per acquistare un prodotto dimagrante, come lo scioglipancia o le presunte alghe miracolose, ho pensato a quanto oggi quel linguaggio sarebbe considerato inaccettabile. Allo stesso tempo, però, Wanna Marchi racconta anche della prima volta in cui è andata in tv e non ha venduto nulla. I centralini, racconta, hanno iniziato a squillare all’impazzata solo quando la televenditrice ha smesso di spiegare i suoi prodotti e ha spostato l’attenzione su di sé e sul dolore provato nella sua vita. Questo, al contrario, è molto vicino ai nostri tempi e al tipo di narrazione social propria di tanti influencer.

Di questo e altro ho parlato con l’autore Alessandro Garramone, imolese d’origine, che ha diretto per anni il settimanale locale Settesere, partendo da una domanda canonica sui passi che hanno portato all’ideazione di questa docuserie. «Un giorno, alla fine del 2019, passo davanti alla televisione e vedo Wanna Marchi litigare con qualcuno. Ho pensato “io, questa donna, l’ho vista sempre litigare” ma penso anche che, oltre allo scandalo di Striscia, non sapevo nulla di lei. Banalmente mi sono messo a cercare nell’archivio Ansa e mi sono reso conto che quella storia ha una profondità che va oltre “Wanna Marchi contro Striscia la Notizia“. Dopo aver scritto il soggetto, il lavoro ha richiesto due anni di gestazione. L’accordo con Wanna Marchi e Stefania Nobile era di non pagarle, non far sapere loro chi fossero gli altri intervistati: se vi fidate, bene, se no facciamo altro. Loro hanno accettato, probabilmente allettate dalla possibilità di finire su un medium come Netflix, capace di portarti in 190 paesi».

Alessandro Garramone, autore di Wanna

 

WANNA MARCHI E IL PROFILO DELL’ANTIEROE

Guardando la prima puntata e parte della seconda, Wanna Marchi e la figlia Stefania Nobile possono quasi ispirare simpatia, o perlomeno appaiono come due donne istrioniche, folkloristiche ma abbastanza innocue. L’impressione cambia radicalmente con il prosieguo, in cui emerge l’aspetto più oscuro e cinico della vicenda. «La storia di Wanna Marchi, per come l’ho introiettata io» – spiega Garramone – «è quella di qualcuno un po’ spregiudicato che vende dei prodotti per dimagrire che probabilmente non funzionano, come probabilmente non funzionano tutti i prodotti per dimagrire. All’inizio c’è un talento rivoluzionario di approccio alla vendita. Wanna Marchi, però, è una donna che proviene dal basso, che riesce a farcela e poi cade (all’inizio degli anni ’90 fa bancarotta ed è costretta a ripartire quasi da zero, n.d.r.), che ha sofferto e che su questa sofferenza costruisce la propria etica personale: esattamente la dimensione letteraria tipica dell’antieroe, dalla Marvel in giù. Quando vai a scoprire perché è cattivo, scopri che gli è successo qualcosa che lo ha reso tale. Cos’ha reso cattiva Wanna Marchi? Forse essere riuscita ad agganciare l’idea di ricchezza che voleva raggiungere, averla persa e avere maturato la famosa frase “adesso vi faccio vedere io”. Da lì in poi vale tutto e questo è il motivo per cui all’inizio sembra simpatica. Mentre montavo ho deciso che questa cosa andasse estremizzata per riuscire a spiegare perché il truffatore è tale: ti deve piacere, perché l’abilità principale del truffatore è quella di piacerti. In qualche modo mi divertiva l’idea che lo spettatore capisse che si può cascare nella trappola e quindi, di conseguenza, capisse che essere truffati non è una colpa, è una cosa che può succedere a chiunque. L’Italia è quello strano Paese in cui i truffatori sono considerati quasi meno colpevoli dei truffati. È il motivo per cui molte persone che vengono truffate non denunciano, per la paura del giudizio sociale».

Domando, dunque, se davvero siano il denaro e la voglia di una rivalsa sociale il carburante che l’ha portata a fare quello che ha fatto. «Io credo che Wanna Marchi, come tante persone cresciute negli anni ’50 e ’60 conoscesse la povertà estrema, quella che ti porta a lavorare per portare letteralmente il pane casa: in questo caso c’è il rischio che il denaro non rimanga solo un modo per vivere meglio ma che gli si crei attorno un mito. Diventa l’unità di misura di quanto sei stato bravo, un calmante sociale: se ho denaro, se gli altri mi invidiano, significa che sono riuscito a fare quella piccola rivoluzione».

IL CONTESTO DI PROVENIENZA DI WANNA MARCHI

Il contesto da cui proviene Wanna Marchi, in effetti, è decisivo nella narrazione che fa Garramone: la nascita a Castel Guelfo e la prima attività lavorativa a Ozzano dell’Emilia rimandano a terre di provincia, al confine tra l’Emilia e la Romagna (che si riflettono nella parlata della Marchi tra la z romagnola e la mancata pronuncia delle doppie tipica del dialetto emiliano), e quindi a una dimensione periferica dell’esistenza.  È qualcosa che accomuna la truffatrice ai truffati? Questi ultimi hanno un ruolo importante nella docuserie: il loro essere spesso persone sole, senza grosse prospettive, può essere un aspetto che le avvicina alla Marchi? Garramone non concorda: «Credo che il fatto sia un altro, e lei a un certo punto lo dichiara in maniera mefistofelica: lei massaggiava le persone e loro le raccontavano le loro debolezze. È così che parte, poi abusa di questa sua capacità portandola alle conseguenze estreme. Nel mondo di Wanna Marchi non esiste la morale; c’è un’empatia estrema nei confronti della figlia, del marito, delle persone cui vuole bene, ma è completamente assente nei confronti di tutti gli altri. È un noi contro loro. Definire tutte le vittime come deboli, per l’analisi che abbiamo fatto noi, non è corretto.  È vero che spesso erano casalinghe, esposte al potere di una televisione molto meno contestata di oggi, erano gli anni in cui si diceva “l’ha detto la televisione”: c’erano talmente poche persone in televisione che quelle poche erano automaticamente considerate all’altezza del loro ruolo. Comunque, la televisione era un’esca, ma era il contatto telefonico a far comprendere se si fosse di fronte a una persona in grado di difendersi o no. Era lì che si nascondeva la cattiveria di tutta l’operazione».

 

Wanna Marchi
Wanna Marchi insieme alla figlia Stefania Nobile

 

L’ATTUALITÀ DI WANNA MARCHI

Come sempre, quando si raccontano personaggi del genere, c’è chi critica la scelta di dare loro spazio mediatico. «Rispetto l’opinione ma mi limito a chiedere: siete sicuri che le medesime modalità di truffa non siano presenti oggi dentro Internet? Una volta si pensava che il Superenalotto potesse svoltare la vita, oggi ci sono ragazzi di venti o trent’anni che non hanno ancora trovato il loro posto nel mondo, non riescono a guadagnare abbastanza e credono a chi vende corsi di marketing online o la guida su come fare soldi con le criptovalute al prezzo due-tremila euro per un’ora di chiacchiere. La formula è sempre quella: offrire la possibilità di cambiare vita con uno schiocco di dita. In quegli anni i numeri del Superenalotto li vendevano tutti, Wanna Marchi cosa ha aggiunto alla promessa di una vincita? L’ombra di qualche maleficio che ti affliggeva come giustificazione in caso di perdita, una situazione da risolvere pagando».

Un altro punto fondamentale della docuserie è senza dubbio l’estetica: tutto, dalle scenografie, ai costumi, al modo di parlare, è sguaiato, volgare, cafone. «Questo è un punto fondamentale per capire perché Wanna Marchi era Wanna Marchi e gli altri televenditori no. Quando negli anni ’70 arrivano le prime tivù private, le televendite erano noiose. Erano ispirate ai moduli estetici della tivù considerata seria, cioè il mezzobusto del TG1. I nuovi televenditori, tra cui Wanna Marchi, fanno il botto perché portano una nuova modalità di vendita che deriva da un mondo che nasce al di fuori della televisione stessa: Wanna Marchi prima faceva l’estetista, il Baffo (Roberto Da Crema, importante televenditore di quegli anni, n.d.r.) vendeva le vasche idromassaggio nei corridoi dei centri commerciali, dove per attirare l’attenzione dovevi urlare. Sono anni in cui la sguaiatezza è modernità, in cui Antonio Ricci inventa il Drive In: è una modalità che poi diventerà mainstream e, se ci pensi, quel modo di urlare di Wanna Marchi, che comunque all’epoca non usava solo lei, arriverà in politica e nella conduzione degli show tradizionali. Secondo me è la televisione che ha scelto di somigliare il più possibile alla realtà, fino a decidere di essere anche peggio».

In quel momento si apre un cassetto della memoria: è il 2010 o il 2011, mi trovo in Piazza del Popolo a Faenza proprio mentre Beppe Grillo tiene un comizio per il neonato Movimento 5 Stelle. Passavo di lì per caso e a un certo punto Grillo urla: «Gli italiani fanno schifo!!» e gli astanti, si ipotizza per la maggior parte italiani, si mettono ad applaudire estasiati. Rimasi perplesso dalla scena, ma solo ora capisco che in fondo Beppe Grillo aveva messo in atto la stessa strategia di Wanna Marchi: gridarti quanto fai schifo per venderti qualcosa che possa migliorarti. Quale sia il successo che questa formula ha avuto in termini di risultati elettorali è un fatto ben noto.

LA COLONNA SONORA DI WANNA

In Wanna c’è anche tanta Romagna, in particolare per la colonna sonora scritta da Don Antonio (all’anagrafe Antonio Gramentieri): la sigla, cantata da Daniela Peroni, dice «Prendimi, rubami i sogni e poi vendili» e ti si incolla immediatamente addosso. «Quella con Don Antonio è prima di tutto un’amicizia, ma c’è anche la stima artistica nei confronti del musicista. Questo per me è un lavoro molto importante e avevo bisogno di qualcuno che lavorasse di pancia su una colonna sonora che immaginavo come una sorta di Texas romagnolo, perché Wanna Marchi, secondo me, è un personaggio texano: le donne texane dicono che bisogna avere sempre i capelli gonfi, con la cofana, perché così si è più vicini a Dio. Se pensi agli anni di Wanna Marchi e delle balere, quella era l’estetica dominante. Quindi, per un lavoro di questo tipo Don Antonio era perfetto. Lo è stato anche per trovare un tema malinconico, dato che in questa terribile storia, per le vittime ma anche per madre e figlia c’è una vena malinconica. Gli ho chiesto di fare qualcosa che ricordasse la colonna sonora di Castellina Pasi in Lupin III e infatti tra le due colonne sonore ci sono similitudini stilistiche ed emotive pazzesche. In più, la voce ricorda le cantanti da balera e quindi si ritorna di nuovo lì, alla Romagna e agli anni ’80: d’altra parte, molte delle clienti di Wanna Marchi erano donne che andavano nelle balere e che volevano apparire magre e in forma». Appare chiaro, quindi, come Wanna vada oltre la storia del singolo personaggio per raccontare la visione del mondo e l’estetica dell’Italia tra anni ’80 e ’90. Ho sempre pensato alla Romagna come la California d’Italia, ma in fondo ha ragione Garramone: la Romagna, con i suoi personaggi spregiudicati e selvaggi, con le sue balere che richiamano i saloon del Far West, è davvero Texas.

 

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