Una storia di quieti giardini e prati cupi

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C’era una volta una vecchia beghina che dimorava in un molino rosso dal tetto bislacco. Era ghiotta di pere e le più succose le andava a raccogliere di nascosto nel frutteto la sera, là sul sentiero dei prati cupi.

Desidero condurvi a un giardino, un antico hortus conclusus, ma per farlo dovrete abbandonare l’idea della meta e seguirmi per una strada ben precisa che attraversa la pianura bolognese e arriva a Imola lungo il torrente Correcchio. Per non fantasticare a digiuno vi suggerisco di fermarvi alla Sterlina, che da quattro decadi serve trionfi culinari a base di tagliatelle e tortelloni e mentre aspettate potete leggere sulla tovaglietta la leggenda del Passatore che risarcì una coppia di sposi nientemeno che con una sterlina d’oro. Una volta rifocillati a dovere attraversate, lasciandovene meravigliare, il borgo porticato di Sasso Morelli o anticamente Terra del sasso (che merita un racconto a parte) e con lo sguardo cogliete i nomi delle vie (più spesso sentieri sterrati) che si aprono verso la campagna.

Questa toponomastica fiabesca e popolare accende ogni volta la mia immaginazione: c’è un vicolo della Beghina appunto; poi un’antica strada romana affiancata da un corso d’acqua denominata Prati cupi; viuzze di remoti poderi in Via della pera; un canale dove sorgevano numerosi mulini ormai scomparsi, uno era proprio Il molino rosso.

Vi esorto a posteggiare la macchina e percorrerle a piedi quelle stradine fatte di niente. Gli odonimi rurali ci legano alle terre che attraversiamo, sono spontanei, non glorificano nomi illustri, non creano divisioni ideologiche, hanno un gusto tutto proprio.

 

 

Fatelo, interrompete il viaggio in una scia d’invisibile, dilatandolo con ciò che vediamo nella mente. “La mente è un suo proprio luogo” scriveva Jonn Milton mentre Gianni Celati tracciò alcune linee di un’archeologia dello sguardo scrivendo così: “Si descrivono spazi per capire che cosa percepiamo là fuori, come pensiamo e come ci figuriamo questa cosa avvolgente in cui siamo piazzati, che non ha sostanza perché sembra un puro vuoto tra i corpi, e che però è sempre anche una modalità d’affezione“. Solo apparenze dunque, chiavi di accesso a mondi perduti che come residui di visioni mi accompagnano sino alle porte di Imola.

Vi siete dunque lasciati alle spalle la campagna eppure alla fine del percorso troverete piante di pere volpine, cotogne e nespole in abbondanza. Siamo al giardino. Entrando nel palazzo Vescovile dal portone che si apre sulla piazza della cattedrale ci troveremo nel primo cortile, lateralmente contornato da un bel chiostro. Oltrepassato un breve andito a volta, si apre il secondo cortile “delle scuderie”, qui la vera di un pozzo in marmo bianco è ricoperta da piante succulente in rigoglio. Sulla destra trovate l’entrata al “sogno” di piante, alberi e fiori che fu di monsignor Giovanni Signani. Ci vengo in ogni stagione per cogliere a pieno la diversità nei tempi di crescita e fioritura. Mentalmente ripasso le sue precedenti forme: da giardino formale a orto, da campo di bocce a cattedrale vegetale, dove cipressi palme e carpini si stagliano come colonne.

A mitigare le geometrie del giardino (verso cui non provo particolare trasporto) c’è la morbidezza dei numerosi verdi, la fioritura sfacciata in pieno autunno di un iris screziato e le dita che sfiorano la peluria della cotogna. C’è questa illusione di bastevolezza. Inoltre in questo giardino non c’è quasi mai nessuno. Altro non saprei né vorrei aggiungere.

Sulla via del ritorno, a pochi passi dal giardino, mi fermo spesso a bere un tè da Chaimandir. Lì posso raccogliere il pensiero, attendere che la signora del tè scaldi con cura sapiente teiera e tazza, lo assaggi prima di servirmelo, si prenda il tempo di ri-conoscerlo. E’ l’unica sala da tè in cui queste azioni posso osservarle con discrezione mentre vengono agite da mani esperte dietro banco, non occultate da un muro.

E’ ora di tornare verso Ferrara, è buio e i nomi delle vie non si vedono più ma io ormai so quando mi sto avvicinando alla casa della Beghina. La casa che forse c’era, ora non c’è.

C’era una volta una pera che cadde dal tetto rosso e sbilenco di un vecchio molino, rotolò e rotolò fino al rigagnolo che attraversa i prati cupi. La raccolse una beghina che se ne andava a passeggio sul calar di una sera d’autunno.

1 commento

  1. “…chiavi di accesso a mondi perduti”, che diventano realtà presente, come è reale l’immaginazione. Così, il mondo che ho visto diventa tutto mio…e di chi ne condivide il gusto.

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