Siamo un corpo o abbiamo un corpo? Sul Bari International Gender Festival 2022

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ph Fabiano Lauciello

 

“Siamo un corpo o abbiamo un corpo?”: partiamo dalla inesauribile domanda di Miki Gorizia e Tita Tummillo, pervicaci e visionari Direttori Artistici del BIG – Bari International Gender Festival (organizzato, promosso e ideato dalla Soc Coop Al.i.c.e), per restituire alcuni frammenti, o meglio alcune questioni, in cui ci siamo imbattutti frequentando alcune giornate dell’ottava edizione (ancora in corso, fino al 19 novembre) viva e scalciante grazie al lavoro di uno staff appassionato e competente.

La radicale domanda qui posta in apertura rimanda a un tema smisurato che travalica, ça va sans dire, la mera elencazione di ciò che è stato dato a vedere e ancor di più il giudizio (semmai tal funzione  “re-censoria” abbia ancora senso, nell’epoca dell’iper moltiplicazione delle possibilità, almeno apparenti, di prender parola).

La faccenda, qui, è ben più larga e radicale: tratta e si tratta, in tutta evidenza, dello statuto ontologico dell’identità.

Di quale io si parla, al BIG?

Vien da delimitare il campo, ovviamente larghissimo, con due paletti poetici, a segnare un territorio entro cui dar conto, appunto, delle domande che le proposizioni artistiche da noi incontrate a Bari hanno posto, in relazione alla questione in oggetto.

Primo paletto:

Perché quando uno dice «Io» – appunto – che cosa ti pensi che pensa, in fondo? – Nemmeno lo sa, quello che pensa, veramente. – E invece, dice queste cose qui, proprio, prima di tutto – perché dice i piedi dice tante dita – e poi dice la fronte, le cosce, l’ombelico – non so – dice le ginocchia, le ascelle – no?

[ Edoardo Sanguineti, Storie naturali, 1971 ]

Secondo paletto:

Si racconta che a un allievo che domandò a Patañjali (II secolo a.C.) cosa fosse l’io, il mistico e filosofo indiano rispose: “Se ti rubano le scarpe, tu sei sempre tu: senza scarpe, ma sei sempre tu. Se ti strappano i capelli, tu sei sempre tu. Se ti tagliano un braccio, una gamba o anche entrambe le gambe tu sei sempre tu. Sottraendo sempre più, cosa rimane? Rimane l’io, che è qualche cosa di molto piccolo, che guarda, fa attenzione, e sa di essere qui”.

Questi due poli a delimitare un terreno, o meglio un campo di forze in cui la propriocezione è funzionale alla percezione, tanto di chi fa quanto di chi assiste,  enucleando alcuni specifici elementi: come il cristallo separa i fasci di luce e li rende chiari nella loro essenza.

Dal punto di vista curatoriale, il progetto “capitanato” da Tita Tummillo e Miki Gorizia ha proposto un fecondo e stratificato discorso (termine da intendersi foucaultianamente come “luogo dell’articolazione produttiva di potere e sapere”) assumendosi la responsabilità di instaurare ciò che Jacques Rancière definisce “regime del sensibile”: un modo di organizzazione delle evidenze che determina il rapporto fra ciò che, in una data epoca o in un determinato contesto è sensibile e ciò che non è sensibile, fra ciò che è visibile e ciò che resta invisibile e -di conseguenza- fra ciò che è enunciabile e ciò che non lo è.

Per chiarezza (e per esempio): a Bari si è visto lo spettacolo Cuir, e dunque se ne è potuto parlare, perché la Direzione Artistica lo ha invitato. Se così non fosse stato, gli artisti non avrebbero potuto dir la loro e noi non avremmo avuto modo di dir la nostra sul loro dire.

Fin qui, nulla di nuovo: questo è ciò che fa, con tutta evidenza, qualsiasi direttore (artistico e non, illuminato o meno) di qualunque manifestazione, grande o piccola che sia.

Quel che pare doveroso sottolineare, in questa precisa occasione, è l’intenzione (nell’accezione ancora una volta etimologica di in-tensione, di spinta che dall’interno del soggetto muove linguisticamente verso l’altro da sé), che nel caso di BIG si fa progettualità.

Linguisticamente: “la molteplicità dei corpi richiede la molteplicità delle discipline” dichiarano Gorizia e Tummillo. Perfetto.

 

ph Fabiano Lauciello

 

È un corpo che pare percepirsi nell’agone, quello doppio e intrecciato di Arno Ferrera e Gilles Polet in Cuir.

Imbragati in paramenti di cuoio solitamente a destinazione equina articolano una composita partitura di prese e leve, sollevamenti e capovolgimenti, come un catalogo di possibili interazioni muscolari, tendinee, cinetiche.

Con ironia circense e seducente geometria i due artisti danno corpo, letteralmente, a un bestiario fantastico à la Borges che l’incedere dilatato, di coreografia e del sonoro, offre allo scandaglio e all’affiorare di figure terze, forse finanche impreviste.

La scrittura pone in evidenza con millimetrica maestria una serie di coppie di polarità antitetiche: vigore e delicatezza, ampiezza e minuzia, collaborazione e opposizione, pesantezza e lievità.

Nel denso incontro a seguire, nel foyer del Teatro Kismet dove lo spettacolo è stato presentato, lo storico della danza Stefano Tomassini ha parlato tra l’altro di “intimità collettiva”: ci sembra una paradossale quanto efficacissima sintesi di una dinamica scenica, e più in generale relazionale, che fa dello sconfinamento una (la?) possibilità di incontro con sé e con l’altro da sé.

 

ph Fabiano Lauciello

 

Sconfina, o meglio eccede i canoni dei generi coreutici il solo “popolato” Hip. A pussy point of view di e con Piny, artista angolana-portoghese i cui “molti ii” (Sanguineti, ancora) si traducono nell’attraversamento di diversi modi di intendere il corpo / corpus scenico, che appare come un ring in cui il possente, ancorché minuto, corpo-teatro dell’interprete si offre allo sguardo in bilico tra ostensione e rappresentazione, tra pudore ed eccesso, tra Natura e Cultura.

Una partitura barocca di ritmi diversi, coni di luce, fumo e codici coreografici proteiformi (a tratti riconoscibili e a tratti solo suggeriti) ciò che è offerto allo sguardo: una “vertigine della lista”, direbbe Eco, di possibili fatti del corpo.

È una danza che della biografia, personale e artistica, non può che essere manifestazione, in cui la celebrazione del rito teatrale si pone come forma di resistenza (termine qui da intendersi nell’accezione il più possible militante).

Tra le questioni che lo spettacolo di Piny offre al pensiero, almeno tre restano in evidenza.

La prima: come si può mostrare senza dimostrare? Detto altrimenti: è plausibile essere testimoniali senza rappresentazione?

La seconda: quale naturalità è ontologicamente possibile, in qualsivoglia atto (o patto) performativo, che in quanto tale è essenzialmente culturale?

La terza: come combinare l’ironia (dunque la presa di distanza tra sé e ciò di cui si tratta) e il “pieno sentire” che si pone come pre-requisito a un accadimento scenico come questo?

 

ph Fabiano Lauciello

 

“Ospite d’onore” (si sarebbe detto una volta) di questa edizione del Festival l’artista Franko B, che a BIG ha presentato un talk, una performance e un DJ set.

La sua proteiforme e debordante esperienza d’arte e vita, impossibile da riuassumere qui, è stata da lui tracciata, per frammenti, nel commosso e commovente dialogo con Claudia Attimonelli dell’Università degli Studi di Bari.

“Non è tanto importante da dove vengo, ma dove cerco di andare”, ha sintetizzato l’artista, dando luogo a un’ammaliante “esposizione fenomenale”, come l’ha definita la studiosa, “nella doppia accezione di eccezionale e di relativa ai fenomeni, ai fatti”.

Riflessioni, racconti e immagini (in alcuni video a supporto) lieti e tremendi, dolenti e luminosi, a tratteggiare una biografia (termine qui usato nell’accezione etimologica di “scrittura di un corpo”) che dona spessore e forza ad ogni parola.

Lo stesso accade con la performance I’m thinking of you, allestita nel maestoso Palazzo Fizzarotti di Bari.

Una sala affrescata colma di figure ha accolto una straniante visione: il corpo nudo, coperto di tatuaggi colorati, di Franko B, dondolare su un’altalena dorata al suono lieve e malinconico di un pianoforte a mezza coda.

Una visione commovente per la trasparente coesistenza di corruzione e innocenza: un invito sognante e radicale, nella propria radicale semplicità, ad accorgersi del nostro guardare, sempre in bilico tra la ricezione del reale quale esso è (una rosa è una rosa è una rosa)  e la dannazione interpretativa e narcisistica per cui ogni significante non può non veicolare un significato (quando non addirittura un “messaggio”), peraltro inevitabilmente reperibile nella inevitabilmente ristretta gamma di possibilità di significazione di ciascuno.

È certo innegabile che la forza scenica (o, più specificamente, la presenza), oltre alla tecnica abbia a che fare con una molteplicità di elementi, molti dei quali pertengono alle proiezioni individuali (Narciso è dietro l’angolo, ancora) e alla personale percerzione di eccezionalità.

La performance di Franko B non elude questi aspetti -non sarebbe possibile farlo-, ma letteralmente li trascende (verbo che nell’etimo, vale forse ricordarlo, rimanda allo scavalcare fisicamente un ostacolo, dunque a compiere un’azione concreta, precisa e intenzionale) mediante quel semplice segno basculante nello spazio.

Affiorano ricordi, ma questo pertiene alle proiezioni di cui sopra.

Nel nostro caso, ciò abita il territorio della poesia, piuttosto che della fabula. Dopo tanti anni, ci son tornati alla mente i versi dello scultore Fausto Melotti:

I miracoli
avvengono a tutte le ore del giorno.
Con pace e calma
oppure in gran subbuglio
il sole oscura e la gente balbetta.
Io, per mio conto,
ho visto nascere una rosa.

 

Albertine where are you?

 

Nell’ultima giornata della nostra presenza al BIG, il tema di questa inesausta ricerca performativa è stato tra l’altro affrontato attraverso due opere filmiche, presentate al Cinema ABC.

Il corto Albertine where are you? ha assunto come refente letterario la Recherche di Proust per articolare un discorso antinarrativo ed evocativo sul mettersi nei panni dell’altro (letteralmente), ponendo al centro della scena figure mute e cangianti, dalla marcata spinta espressiva.

Da espressivo a espressionista: più cupo e radicale il docufilm Anhell69 del colombiano Theo Montoya. Autobiografico, meta-cinematografico (film sul film, anzi sul farlo, il film), inanella una serie di interviste che fanno affiorare inappagati aneliti amorosi (e più largamente affettivi), inquietudini identitarie e sociopolitiche.

Un’immagine, a sintesi: un giovane, visto di spalle, bacia appassionatamente il vetro di una finestra, al di là della quale si vede, dall’alto, la grigia metropoli.

 

 

 

Concludiamo questo fin troppo lungo e al contempo incompleto articolo (invitando con calore chi può e vuole alla fruizione delle prossime giornate del Festival) con un ricordo dei tempi dell’università.

Gilles Deleuze, nella serie di interviste Abécédaire, alla lettera J di Joie (gioia) ci introduce alla nozione di potenza come la gioia specifica dell’essere in atto.

Questo, azzardiamo, è ciò a cui mira BIG.

O almeno ciò che gli auguriamo di continuare a provare e a procurare.

E auguri a tutt_ noi: di gioia, potenza, azione.

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