Teatro & Natura: a Montagne racconta si cammina ascoltando storie senza tempo

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Attori e narratori, autori e scrittori. Cercarsi le storie, scovarle, portarle alla luce e metterle in scena, raccontarle in prima persona. Un lavoro di cesello, di fatica, di ripulitura tra la parola scritta e quella detta nel passaggio dal letterario all’orale. È questa la colonna vertebrale di un piccolo grande progetto ideato da Michela Simoni, anima culturale del comune di Montagne, ad una quarantina di chilometri da Trento, che raccoglie duecento abitanti sparpagliati nel verde di tre frazioni. Da dodici anni (una è saltata per la pandemia) che è attiva la manifestazione e da dieci che il laboratorio-seminario-workshop intensivo è diretto dall’autore Francesco Niccolini che seleziona una dozzina di artisti e monologhisti a edizione sugli oltre sessanta progetti che ogni anno arrivano da tutta Italia. Si chiama Montagne racconta (22-23 luglio la restituzione finale) e si suddivide in dieci giorni a maggio di scrittura e confronto, e altri dieci a luglio con limature, memoria, per poi portarlo in scena in mezzo alla natura di questi luoghi nella forma di una ventina di minuti. Quassù si può lavorare con calma tra camminate per ripulirsi dai suoni della città e recuperare il respiro, il diaframma, i pensieri, il trekking, giornate piene di studio e lavoro certosino e maniacale sul testo. Siamo a quota mille e anche d’estate il fresco arriva in soccorso. Terra di funghi e miele questa ma anche di lupo e d’orso.

Montagne racconta è davvero una bella idea e iniziativa, è un momento per far sbocciare e fiorire nuovi affabulatori, un progetto serio, un lavoro sul campo senza orari, guardandosi negli occhi, ascoltandosi, arrivando al nocciolo della questione a livello personale, attoriale, scenico. Niccolini, che da due anni è affiancato dal bravo ed empatico attore Claudio Milani, è il Maestro (anche se non ama questa parola) che dà le dritte, che va a scavare, che fa mettere a frutto con intuizioni e ascolto in profondità, che esalta e sa valorizzare accompagnando l’opera fianco a fianco, passo dopo passo, con supporto e magnetismo. Quassù non molte famiglie fanno ancora il formaggio e per le vigne siamo troppo in alto. Lo stare insieme e la fatica quotidiana aiuta la parola a sgorgare felice e scorrevole e le salite aiutano le storie a fluire. Nel bosco (idea centrale e fondale magico dei sapori e saperi antichi e arcaici) si cercano, e trovano, idee e porcini. Il clima, meteorologico e relazionale, è disteso tra cani scodinzolanti, baite in legno, laghetti azzurri, vallate: In montagna il polmone gode, diceva tirando una boccata di sigaretta il compianto Francesco Nuti. È così, qua le cellule si rigenerano, i neuroni gorgogliano. Il Trentino è terra di teatro con lo Stabile di Bolzano di Walter Zambaldi, con TrentoSpettacoli di Daniele Filosi, con i festival di Dro e quello di Pergine: una bella vitalità che forse dovrebbe fare più rete e che dovrebbe valorizzare maggiormente questa bella esperienza di Montagne che dopo dieci anni ha una storia da raccontare e un metodo collaudato. Due cose potrebbero far decollare il progetto: un volume per raccogliere alcuni tra i testi usciti da questi incontri di queste annate e la costruzione di uno spazio dove anche in inverno poter portare teatro a queste latitudini.

Qui non ci si distrae: al limite puoi perderti in un tramonto o seguendo il volo di un’ape; c’è vicinanza, solidarietà, aiuto reciproco, compartecipazione, unione, si cammina, si mangia insieme. Nasce una comunità che si abbevera di silenzi, di ortensie, del vento che fa sempre il suo giro, dei ruscelli che sembra cantino. La malga amalgama tra pranzi al sacco e speck e vino sfuso. L’escursionismo si lega all’ambientalismo, si unisce all’ecologismo che si intreccia al teatro in un legame pieno, solido, duraturo. Zero grilli per la testa, ce ne sono soltanto nei prati saltellanti. Un’esperienza, cresciuta negli anni, che rimane dentro a chi la vive come a chi la tocca marginalmente osservandola per qualche giorno. Niccolini e Milani hanno scelto sei monologhi (20′ l’uno) tra quelli dei dodici partecipanti. Carico di significati è il Cammino Drammaturgico: una cinquantina di persone, con zaino in spalla, vanno incolonnati per sentieri fermandosi tra spiazzi e orti, radure e rifugi dei cacciatori (tra polenta e stufato e cavolo cappuccio) ad ascoltare nuove antiche storie in un’atmosfera intima, ristretta come un abbraccio caloroso, sotto grandi alberi, tra le pietre di case secolari, tra cataste di legno robuste impilate. Si passa da vecchi mulini e ponticini in legno, la leggera brezza, sentieri e segherie, attraverso muschio e ortiche, incontrando allevamenti di trote, scansando le grandi radici degli abeti rossi di queste foreste, osservando le farfalle svolazzanti. I racconti sono un seme di qualcosa che diventerà un vero e proprio spettacolo. Montagne Racconta in due giorni ci ha proposto sei pezzi brevi, due piece di teatro ragazzi e uno spettacolo di prosa per adulti: una vera festa per gli amanti del teatro, dell’ascolto, della vita.

 

Samuele Gambino

 

Samuele Gambino, da Catania, in Io c’ero arriva con la maglia a righe larghe blu e rosse colori della sua città, i pantaloncini e le scarpette con i tacchetti, per raccontare una storia familiare, nella triangolazione genitori, fratello scomparso e il narratore, con sullo sfondo la grande passione viscerale per la squadra sotto l’Etna, l’undici del presidente Massimino che gioca al mitico stadio Cibali. È una lettera-confessione con il fratello che non c’è più proprio adesso che l’amato Catania sta per salire in serie A, con sprazzi di siciliano che colorano (murmuriaretaliareazziccare) da smozzicare sotto i denti per sentire il sapore di quella terra assolata, ci fa entrare nella famiglia del protagonista, il padre burbero e la madre accogliente, il cibo come collante e questa presenza dell’assenza solida. Il binomio calcio e teatro che si rinsalda, come fu, solo per citarne alcuni esempi, per Mi chiamano Garrincha di Fabio Mangolini, l’Atletico Ghiacciaia di Alessandro BenvenutiFrichigno di Enrico Cibelli con Pierluigi Bevilacqua sul palco. Gambino ha una bella presenza, è pronto, deciso, ha tempi e ritmo, sulla sedia da cunto cuticchiano, muovendo le mani omaggio a Davide Enia, riesce a farci arrivare tutta la potenza di questa vicenda che miscela vita e morte, fratellanza e appartenenza.

 

Maria Tisci

 

Maria Tisci, di Bari, invece, in onore al luogo dove ci troviamo, crea una versione di Cappuccetto Rosso moderna con La versione di C.R. storia di sensi di colpa, di famiglie, di silenzi. La nostra Cappuccetto intraprende il viaggio dentro i rovi e gli arbusti, tra la vegetazione fitta e pericolosa dove incontra un lupo vestito elegantemente che abusa di lei. La Tisci, sicura di sé, pone l’accento sulla vittima resa ancora più fragile dalla famiglia, che si vergogna dell’accaduto, dalla madre che le dice che doveva stare zitta, dalle istituzioni che la stringono all’angolo chiedendole come era vestita, dalla comunità cittadina che la accusa di averlo provocato: L’uomo è cacciatore, la donna è preda.

 

Elisabetta Aloia

 

Anche Elisabetta Aloia è originaria di Bari e anche lei affronta la questione della donna al Sud ma vira il discorso sul tragicomico in Sfiorata la tragedia. Ma ci è scappato il morto con la sua antieroina in nero luttuoso che prima si cosparge il capo per la morte del coniuge e si batte il petto e poco a poco invece apprezza l’assenza del marito, con un tic all’occhio, che non la sfiorava né le voleva bene, che non la baciava né abbracciava, che non la faceva sentire donna, che la trattava come un oggetto o come la cameriera. La sua è una litania, una cantilena, una preghiera funebre di un finto dolore, anzi adesso è libera da un marito che l’aveva appassita e svuotata, ingrigita e scolorita. Si era dovuta sposare e accontentare senza protestare mai, senza aver voce in capitolo. La Aloia è spigliata e ci sa stare sulla scena e dispone di ogni elemento per esaltare il suo racconto, a tratti fantozziano, il dialetto, la sua ironia macabra.

 

Eugenio Incarnati

 

Un diesel esplosivo è stato Eugenio Incarnati, arrivato da L’Aquila, che con il suo spassoso racconto sgrammaticato Il mio paese ci ha portato dentro le guerriglie preadolescenziali tra bande di ragazzini e neologismi dialettali carichi di quella semplicità di provincia che si è perduta. Quando narra ricorda Giorgio Faletti quando faceva il poliziotto o il primo Mario Perrotta quando ci parlava di emigranti, mentre le sue vicende hanno il sapore che si ritrova nelle pagine di Pennac e momenti che ci hanno condotto direttamente a I ragazzi della Via Pal. Ci fa sentire i sapori e gli odori di una certa campagna, di cittadine ancora non industrializzate, ci porta dentro i valori familiari di una volta, i paesini dove ci si conosceva tutti, le prime ribellioni contro gli adulti e quella voglia da una parte di crescere più in fretta possibile e dall’altra di rimanere bambini, e figli coccolati, per sempre. Una vera e propria saga (che dovrebbe diventare uno spettacolo con tanti capitoli legati a questo gruppo di ragazzini) che ci ha fatto ridere e commuovere ricordando quel tempo ingenuo che non tornerà più. Incarnati è uno strepitoso interprete (uno dei migliori a Montagne), è una locomotiva, un caterpillar carico di arrosticini, una forza della natura di rara potenza evocativa. Non è facile riuscire a ricreare quell’atmosfera seppiata dell’infanzia, quasi da Goonies.

Grande forza interpretativa e una solida scrittura alla base per Francesca Becchetti che con il suo Tekken Drama. Come farsi amici i mostri dimostra abilità sia nella parte poetica che in quella delle emozioni che qui vengono toccate a piene mani anzi distrutte per il troppo amore, spezzate nell’indifferenza, scartavetrate fino a farne briciole perché non si sanno gestire. Allora meglio bombardarle. La messinscena si fa aggressiva ma allo stesso tempo la sua figura non ha alcun momento di incertezza né sbandamento anche se la materia è calda e viva e caustica e c’è il rischio di bruciarsi. Periferie e anime periferiche che chiedono aiuto ma è soltanto il silenzio che gli fa eco. Ci sentiamo impotenti di fronte a quest’ammasso difficile da digerire. La Becchetti poi si esalta (il lavoro è davvero ben fatto e curato) nel metterci a conoscenza del condominio che alberga dentro di lei, e ogni ruolo ha una sua voce o inflessione o dialetto o cadenza particolare: c’è Ansia che è sempre angosciata e Detective che controlla tutto, c’è la Francese iperfemminista e l’Etica così come Enrico Malatesta veterocomunista. Il masochismo si miscela con l’atteggiamento disfunzionale, l’infelicità permanente è il pane quotidiano di queste esistenze problematiche. Un testo molto intelligente. La poesia finale L’amore è amico degli sbirri sarebbe da tatuarsela o da farci un poster e attaccarselo in camera.

 

Alessia Cespuglio

 

Di tutt’altra pasta è la scrittura e il testo della livornese Alessia Cespuglio che, con durezza e dolcezza allo stesso tempo, ci porta dentro il mondo dei partigiani con Decimo Porto tra il Tirreno e la Garfagnana, i valori integri di una volta, la fame e l’amore tra fratelli spezzato dai tedeschi. La sua è un’interpretazione più classica ma non meno commovente e partecipativa entrando nel suo piccolo mondo antico e poi allargando il campo al conflitto per un racconto storico-familiare di disperazione e rabbia che la Cespuglio rievoca con padronanza, piglio e impronta d’autore.

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Sono laureato in Scienze Politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, sono iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2004 e critico teatrale. Ho scritto, tra gli altri, per i giornali cartacei Il Corriere di Firenze, per il Portale Giovani del Comune di Firenze, per la rivista della Biennale Teatro di Venezia, 2011, 2012, per “Il Fatto Quotidiano” e sul ilfattoquotidiano, per i mensili “Ambasciata Teatrale”, “Lungarno”, per il sito “Words in Freedom”; per “Florence is You”, per la rivista trimestrale “Hystrio”. Parallelamente per i siti internet: succoacido.it, scanner.it, corrierenazionale.it, rumorscena.com, Erodoto 108, recensito.net. Sono nella giuria del Premio Ubu, giurato del Premio Hystrio, membro dell'A.N.C.T., membro di Rete Critica, membro dell'Associazione Teatro Europeo, oltre che giurato per svariati premi e concorsi teatrali italiani e internazionali. Ho pubblicato, con la casa editrice Titivillus, il volume “Mare, Marmo, Memoria” sull'attrice Elisabetta Salvatori. Ho vinto i seguenti premi di critica teatrale: il “Gran Premio Internazionale di critica teatrale Carlos Porto '17”, Festival de Almada, Lisbona, il Premio “Istrice d'Argento '18”, Dramma Popolare San Miniato, il “Premio Città di Montalcino per la Critica d'Arte '19”, il Premio “Chilometri Critici '20”, Teatro delle Sfide di Bientina, il “Premio Carlo Terron '20”, all'interno del “Premio Sipario”, “Festival fare Critica”, Lamezia Terme, il “Premio Scena Critica '20” a cura del sito www.scenacritica.it, il “Premio giornalistico internazionale Campania Terra Felix '20”, sezione “Premio Web Stampa Specializzata”, di Pozzuoli, il Premio Speciale della Giuria al “Premio Casentino '21” sezione “Teatro/Cinema/Critica Cinematografica e Teatrale”, di Poppi, il “Premio Carlos Porto 2020 – Imprensa especializada” a Lisbona. Nel corso di questi anni sono stato invitato in prestigiosi festival internazionali come “Open Look”, San Pietroburgo; “Festival de Almada”, Lisbona; Festival “GIFT”, Tbilisi, Georgia; “Fiams”, Saguenay, Quebec, Canada; “Summerworks”, Toronto, Canada; Teatro Qendra, Pristhina, Kosovo; “International Meetings in Cluj”, Romania; “Mladi Levi”, Lubiana, Slovenia; “Fit Festival”, Lugano, Svizzera; “Mot Festival”, Skopje, Macedonia; “Pierrot Festival”, Stara Zagora, Bulgaria; “Fujairah International Arts festival”, Emirati Arabi Uniti, “Festival Black & White”, Imatra, Finlandia.