Mostra Preraffaelliti a Forlì, misteriosa forma del tempo

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ph Emanuele Rambaldi

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Fino al 30 giugno il Museo Civico San Domenico di Forlì ospita una mostra che sta suscitando un gigantesco interesse in tutta Italia et ultra: Preraffaelliti. Rinascimento moderno.

Avendola visitata una prima volta qualche giorno fa, desidero condividere qualche pensiero senza –ça va sans dire– alcuna pretesa di esaurirne la portata, la stratificazione, la complessità.

Nessuna validità storiografica o scientifica, in queste poche righe, piuttosto un minuscolo segno di gratitudine e un invito all’affaccio anche a chi, come me, non ha specifiche competenze in merito a quel periodo della storia dell’arte.

Quale?

La metà dell’Ottocento: il 1848, per l’esattezza. Anno di grandi rivoluzioni, si sa (basti ricordare l’espressione «È successo un ‘48»)

Dove: in Inghilterra.

Chi: una Confraternita. Dei Preraffaelliti, appunto.

Scopo: rinnovare la pittura inglese, considerata in declino a causa delle norme eccessivamente formali e severe imposte dalla Royal Academy.

Rinnovare, leggo nel vocabolario, rimanda al «sostituire a una cosa rovinata o invecchiata una cosa nuova e moderna».

Il primo felice paradosso che la mostra forlivese permette di incontrare è come questo andar verso il nuovo sia realizzato rivisitando, nomen omen, gli autori e le opere del passato, precedenti la rivoluzione formale di Raffaello Sanzio.

In un tempo, quale è quello che abbiamo costruito, in cui tutto si consuma all’istante, nei pochi attimi di un mi piace o nelle poche ore di persistenza di una storia su Instagram, Facebook o WhatsApp, imbattersi nel consapevole nutrire il proprio presente di un orizzonte largo mi pare un’esortazione preziosa, rara.

«C’è in me qualcosa più vecchio di me» ha scritto la poeta cesenate Mariangela Gualtieri.

Ecco dunque affiancati, nella mostra forlivese, grandi maestri del passato del calibro di Beato Angelico, Giovanni Bellini, Benozzo Gozzoli, Filippo Lippi, Michelangelo, Guido Reni, Luca Signorelli, Mantegna, Veronese, Verrocchio, Cosimo Rosselli, Palma il Vecchio e gli inglesi Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais, William Holman Hunt, John Ruskin, Edward Burne-Jones, William Morris, Ford Madox Brown, Elizabeth Siddal, Evelyn De Morgan, John William Waterhouse, George Frederic Watts, Henry Holiday, William Dyce, Charles Haslewood Shannon, Frederic Leighton, Simeon Solomon, Charles Ricketts, Frederick Sandys.

 

ph Emanuele Rambaldi

 

È certo un piacere, anche per chi è profano di questi autori e delle loro forme, cogliere rimandi e connessioni, stilistiche e tematiche.

Ma anche, e soprattutto, è nutriente intravedere come tali rimandi e connessioni favoriscano, o meglio facciano fiorire, la costruzione di un immaginario.

È in tal senso emblematico un dittico al femminile con cui vorrei concludere queste brevi note: certo “minore”, rispetto a tanti capolavori presenti in mostra, ma forse esemplare dell’attitudine relazionale e rizomatica che ho provato almeno a nominare.

Si tratta di due piccole opere affiancate.

Un dipinto della pittrice Marie Spartali Stillman raffigurante la dea Era.

E un ritratto fotografico di Spartali Stillman ad opera di Julia Margaret Cameron, ricordata nei manuali di Storia della Fotografia per la creazione di mondi immaginari e immaginifici, anche elaborando fantasiosi tableaux-vivants realizzati coinvolgendo parenti e amici ma anche intellettuali e artisti: opere intrise di espliciti riferimenti all’arte classica e, al contempo, rese possibili dall’allora (quasi) neonato medium fotografico.

A ricordarci -e sa il cielo quanto ce ne sia bisogno- che senza memoria (e senza un’attenzione acuta a ciò che nel presente, di vivo, si muove) non si costruisce futuro.

 

Julia Margaret Cameron, Marie Spartali Stillman, 1868

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