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Jonny Greenwood dei Radiohead al Pala De Andrè con Junun

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La band al completo

Il chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood, insieme al compositore israelo-indiano Shye Ben Tzur, l’indiana banda dei The Rajasthan Express sapientemente guidata da Aamir Bhiyani, insieme al vertiginoso canto qawwali di Zaki Ali Qawwal, ci conducono nella “follia curativa” dai sapori orientali. Questo è Junun.

Junun è una parola che in urdu, una delle principali lingue in India accanto all’hindi, designa un particolare stato d’animo: la follia che ha il retrogusto dell’amore.

Junun è un album edito da Nonesuch Records,  finanziato grazie all’aiuto del produttore della band di Thom Yorke, Nigel Godrich, che sarà presentato il 2 giugno al Ravenna Festival.

“Lavorare con i musicisti indiani è meraviglioso,” confessa Jonny Greenwood in un’intervista al Guardian circa l’esperienza da cui è nato l’album Junun, registrato in uno studio improvvisato nell’antico forte Mehrangarh di Jodhpur, la “città blu” nel deserto del Rajasthan. “Qui la musica è parte della vita, piuttosto che soltanto un’occupazione. Quando stiamo suonando, registrando o provando, se facciamo una pausa finiscono per suonare un altro po’. Esiste un’urgenza, un desiderio di fare musica che è di grande ispirazione”. Accanto a Greenwood, tra i migliori musicisti avant-garde contemporanei, Shye Ben Tzur, vero deus ex machina del progetto: il compositore, musicista e poeta israeliano studia da anni la musica e cultura indiana e la tradizione musicale sufi Qawwali. Terzo protagonista è la band The Rajasthan Express, che porta in Junun tutta l’esuberanza degli strumenti a fiato, gli inaspettati ritmi dispari delle percussioni, la vibrante energia dei cori, ma soprattutto il piacere assoluto di suonare assieme.

 

“Quando ero nel deserto del Negev nel sud d’Israele un paio di anni fà, mi sono ritrovato ad ascoltare un gruppo di musicisti che suonava un pezzo con un violino arabo chiamato rehab”, dice Greenwood, “Era uno strano mix di musica tradizionale araba e Indiana, qualcosa che non avevo mai sentito prima. Il pezzo migliore, venni poi a sapere che era stato scritto da Shye Ben Tzur, un musicista israeliano che avrebbe vissuto in India fino a quell’anno. Dovevo assolutamente avere più informazioni su di lui. Sono sempre stato un po’ diffidente rispetto ai gruppi rock che provano a cimentarsi nella world-music, ma ci sono sempre delle eccezioni. E penso che Shye Ben Tzur sia un altro di questi.”

2 giugno, Ravenna, Palazzo De Andrè, info 0544 249244, ravennafestival.org
Biglietto: 25 euro

Corpi in prestito: cinque cult di Almodóvar tornano in sala

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Pedro Almodóvar: uno dei registi più iconici e audaci del cinema contemporaneo. Con uno stile unico e un’attenzione particolare alla rappresentazione della complessità umana, ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama cinematografico internazionale.

CG Entertainment annuncia una nuova rassegna dedicata al più sovversivo regista spagnolo di tutti i tempi. Almodóvar – Corpi in prestito approda nelle sale italiane con cinque film di culto in versione restaurata dal prossimo 10 giugno.

Ecco la lista dei film che compongo la rassegna: Kika – Un corpo in prestito (1993), Il fiore del mio segreto (1995), Parla con lei (2002), La mala educación (2004), Volver (2006).

Nell’estate 2023 con La forma del desiderio, CG Entertainment aveva portato in sala cinque film cult degli anni ’80. Il progetto prosegue ora con Corpi in prestito, offrendo al pubblico la possibilità di esplorare l’evoluzione poetica ed estetica di Almodóvar in un percorso che parte dagli anni ’90 e arriva alla prima metà degli anni 2000. I cinque film saranno proiettati in versione restaurata grazie ai materiali in alta definizione resi disponibili da Newen Connect.

Tra i temi centrali delle sue opere, il corpo riveste un ruolo fondamentale, diventa uno strumento narrativo attraverso il quale esplorare i desideri, le relazioni e le identità.

Con Kika – Un corpo in prestito (1993) Almodóvar mette in scena un’opera carica di provocazione, dove i corpi dei personaggi diventano oggetto di desiderio, manipolazione e trasgressione. Il corpo diventa una metafora della società contemporanea, con le sue ossessioni e le sue perversioni. In Il fiore del mio segreto (1995), affronta il tema del corpo in modo più intimo e delicato: la protagonista Leo – un’immensa Marisa Paredes – si trova a confrontarsi con il suo corpo e con la sua identità in un viaggio interiore che la porta a riscoprire sé stessa e a liberarsi dalle convenzioni che la soffocano. Oscar per la migliore sceneggiatura originale e Golden Globe per il miglior film straniero in Parla con lei (2002) il corpo diventa il confine tra la vita e la morte, ma anche il mezzo attraverso il quale esprimere amore, desiderio e intimità. Almodóvar esplora la fragilità e la forza del corpo umano, la sua capacità di connessione e di comunicazione anche al di là delle parole. In La mala educación (2004) – con un grande Gael Garcia Bernal – si intrecciano storie di passione, violenza e perdono, in cui i corpi dei personaggi sono prigionieri dei loro desideri più oscuri e delle loro esperienze traumatiche. Almodóvar esplora la vulnerabilità dei corpi di fronte al potere e alla manipolazione. Vincitore del Premio BAFTA come miglior film straniero e ha ottenuto una nomination agli Oscar per la migliore sceneggiatura. Con Volver (2006) Almodóvar esplora il tema della maternità, della morte e della rinascita attraverso il corpo delle donne, che diventa il luogo della vita e della morte, della sofferenza e della resilienza.

I corpi femminili sono fonte di forza e di saggezza, di gioia e di dolore.

Il Corsaro romantico di Verdi e Byron

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C’è un paradosso o forse solo un “non detto critico” nelle considerazioni intorno a Giuseppe Verdi, e anche se vogliamo al suo grande contemporaneo Alessandro Manzoni,  che riguarda il suo essere profondamente ‘popolare’, anzi che riguarda lo stesso termine ‘popolare’, nel suo etimo perduto e nel suo senso comune che tende a negativizzarsi in un’epoca di, purtroppo, montanti e devastanti (mentalmente e psicologicamente) populismi.

Questo non detto è il fatto che la semplicità, fattore di cui si è perso il valore positivo, delle strutture narrative, sintattiche e anche drammaturgiche che il nostro piega e impiega ai suoi fini non possa ‘contenere’ la raffinata profondità di una musica e di un canto fatti della stessa sostanza dei sentimenti (e Verdi molto amava Shakespeare essendone stato il primo grande diffusore in Italia), cosa che invece fanno, con spontanea naturalezza, svelandola, in una miscela di mente e cuore rara in ogni tempo e luogo, sulla scena.

Il Corsaro, andato in scena in prima il 17 maggio al Teatro Carlo Felice di Genova, è, io credo, un buon esempio di questa intrinseca capacità maietuca e catartica, ancor più proprio perchè è opera, tra i tanti capolavori del “Cigno di Busseto”, che minore fortuna critica e di rappresentazione ha avuto.

Ma forse è stato proprio l’elemento che più la critica storica ha sottolineato negativamente, la frettolosità cioè della composizione da parte di un Giuseppe Verdi pressato da concomitanti esigenze contrattuali, a costituire in fondo la forza di questa partitura in quanto espressione di una necessità da cui, quasi spontaneamente o automaticamente senza citare i surrealisti, sono emersi alcuni dei componenti essenziali della grammatica musicale verdiana, meno vincolati e dunque prevaricanti rispetto, direbbe Edoardo Sanguineti, alla debolissima ‘notabilità’ del testo drammaturgico, del libretto commissionato al solito Francesco Maria Piave a partire da un poemetto (una scrittura lirica infatti) di Lord George Byron.

È infatti una scrittura istituzionalmente vincolata, più che altrove, al canto e la stessa particolare lingua utilizzata, così anomala rispetto al consueto dire, è strutturata sul susseguirsi delle sonorità che solo attraverso il canto la rendono insieme semplice e profondamente perspicua anche o proprio all’orecchio ‘popolare’.

Una apparente debolezza che diventa energia e forza, espandendosi proprio come il sentimento romantico (“Romantico”, esteticamente e politicamente, era Lord Byron che morì ucciso dai Turchi e “Romantico” era Giuseppe Verdi protagonista del nostro Risorgimento) al di là della sintassi della ragione (o della ‘ragionevolezza’ e ‘verosimiglianza’ spesso amate dalla critica consueta).

La drammaturgia diventa così una articolazione mimetica non tanto di storie esistenziali quanto di sentimenti contrapposti, rispecchiandosi e ritrovandosi nel triangolare duello, che molto sarebbe piaciuto a René Girard, tra personalità che solo nel rapporto appunto mimetico con l’altro (Corrado rispetto a Medora e a Gulnara, e via sostituendo i termini) la propria ragion d’essere, la propria esistenziale verosimiglianza, mentre il Pascià Seid sullo sfondo è solo ‘occasione’ per il cambio di ‘costume’, metaforico ma continuo e fin frenetico.

Nella musica dunque si può leggere la forza di un’opera praticamente dimenticata per più di un secolo e recuperata solo a partire dagli anni sessanta del novecento, forse perché epoca in grado di accorgersi delle sue qualità, e così restituendo finalmente al pubblico non solo verdiano una partitura  (ricordiamo composta tra il 1847 e il 1848) di grande spessore, che molto del Verdi di prima ma anche di quello di poi, porta dentro di sé.

E nella musica il maestro concertatore Renato Palumbo quella forza ritrova e quella forza impone alla scena, nella sua straordinaria capacità di descrizione della psicologia e dei sentimenti e nella ricchezza di variazioni virtuosistiche che è in fondo una integrazione robusta alla povertà narrativa della storia.

Il maestro Palumbo infatti è consapevole, e ce lo fa percepire, di “quanta complessità e profondità di pensiero si nasconda dietro la semplicità del suo linguaggio”.

Una gioia per l’orecchio e per il cuore innanzitutto, e anche la stessa sua inusuale brevità, più per concentrazione che per fretta come si malignò, ne aumenta l’intensità, fino alla bellissima scena finale che è un vero e proprio giroscopio (manteniamo il linguaggio marinaro) che riflette e proietta i sentimenti in ogni angolo dell’orizzonte.

Al comando di questa ‘nave’ inevitabilmente il canto, articolato, mosso come una tempesta, ricco di saliscendi e quasi da mal di mare per i cantanti cui, è noto, Verdi chiedeva un impegno anche fisico spesso straordinario.

Ma il cast, dobbiamo riconoscerlo, è stato più che all’altezza, a partire dalle tre punte del triangolo mimetico (il tenore Francesco Meli Corrado, i due soprano Irina Lungu Medora e Olga Maslova Gulnara) e dal baritono quarto incomodo Mario Cassi Seid, ma anche nei professionali loro comprimari. Va detto che soprattutto Meli e la Maslova hanno esibito vocalità acrobatiche anche positivamente ‘sconcertanti’.

Uno spettacolo inoltre in cui ancora una volta il Coro del Carlo Felice (maestro Claudio Marino Moretti) ha potuto dimostrare la sua rara qualità, non solo di canto, ma anche di mimica recitativa e di prossemica scenica.

La regia di Lamberto Puggelli sembra aver colto la sostanziale sudditanza della drammaturgia rispetto alla partitura, mostrandosi capace non solo di non inutilmente prevaricare ma anche di sottolinearne ‘spettacolarmente’, in una scenografia che è un giusto scenario figurativo mobile e appena accennato, i passaggi essenziali.

Una positiva scoperta per molti, regalata dalla Fondazione Carlo Felice di Genova quale penultimo spettacolo di una intensa stagione d’Opera. Alla prima tutto esaurito ed applausi a scena aperta sin dalla prima scena. Ovazioni finali.

IL CORSARO Melodramma tragico in tre atti di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, dal poemetto di George Byron. Personaggi e interpreti: Corrado Francesco Meli, Medora Irina Lungu, Seid Mario Cassi, Gulnara Olga Maslova, Selimo Saverio Fiore, Giovanni Adriano Gramigni Un eunuco Giuliano Petouchoff Uno schiavo Matteo Michi. Maestro concertatore e direttore d’orchestra Renato Palumbo. Regia Lamberto Puggelli. Scene Marco Capuana, Costumi Vera Marzot. Maestro d’armi Renzo Musumeci Greco, Luci Maurizio Montobbio. Assistente alla regia Pier Paolo Zoni. Allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova in coproduzione con il Teatro Regio di Parma. Orchestra, coro e tecnici dell’Opera Carlo Felice. Maestro del coro Claudio Marino Moretti.

Repliche il  24 e 26 maggio.

 

The After, dolore e guarigione

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Quest’anno, tra i cortometraggi in corsa per l’Oscar 2024 c’era l’inglese The After, disponibile in streaming sulla piattaforma Netflix. Ambientato per le strade di Londra, rappresenta il debutto alla regia per Misan Harriman, fotografo britannico nato in Nigeria, diventato noto per i suoi ritratti della Royal Family, ha lavorato per media come BBC, Vogue e The Guardian.

Struggente e commovente, il cortometraggio è incentrato sul dolore e la guarigione, e racconta come nella vita di ciascuno, d’improvviso, possa arrivare una tempesta. Nel bel mezzo di una passeggiata, in una giornata di sole, tutto sembra scorrere tranquillo. Solo un piccolo presagio, la sensazione di essere sfuggiti ad un incidente in strada, induce il taxista Dayo (David Oyelowo) a cambiare i suoi programmi e a trascorrere ancora del tempo con sua figlia e sua moglie.

Proprio la rapidità del modo in cui ogni cosa viene cancellata fa sì che la mente non riesca a comprendere all’istante quello che è accaduto. Lo scorrere del tempo però ci mostra la caduta del protagonista, che prosegue la sua vita senza prospettiva, in bilico, come fosse un robot. Nel taxi vede salire e scendere così tanti esseri umani, ognuno racconta mille storie: un padre e un figlio che festeggiano una piccola vittoria sportiva, una coppia di amiche, due anziani che affrontano la perdita di una persona amata. Storie di vita che mantengono Dayo nella realtà ma che lo vedono assistere, come semplice uditore, a quelle che sono le esistenze degli altri che vanno avanti. Mentre lui resta fermo.

Il regista ha l’abilità, anche tramite l’espediente di utilizzare un solo luogo (il taxi), di trasmetterci l’idea di come possa passare il tempo delle persone che soffrono e del modo in cui vengono trascinate dal dolore. La sceneggiatura, creata da dialoghi brevi di vita quotidiana con poche ma efficaci battute, narra come, nonostante il dramma vissuto, nel bene e nel male la vita attorno a lui vada avanti. Sarà infine l’incontro con una famiglia a condurlo alla vera consapevolezza di quanto gli sia accaduto e un abbraccio lo metterà di fronte al suo dolore mostrandogli come il contatto umano sia l’unico mezzo per riconnettersi con la vita.

In meno di venti minuti si riesce a raccontare una grande Storia, a scrutare dentro l’animo dei personaggi raccontati. Aiuta in questo la bellissima colonna sonora del siciliano Francesco Le Metre. Cesare Pavese ha scritto: “Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri…”. Una storia commovente che porta lo spettatore a domandarsi cosa farebbe al posto del protagonista. La fragilità, il dolore non si giudicano: si accolgono e si attraversano. Solo in questo modo può giungere la speranza.

 

Edipo siamo noi

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Un auspicio per un futuro prossimo di pace, Edipo a Colono per la regia di Gianluigi Gherzi è l’ultimo spettacolo proposto dal Teatro Giovanni Testori che chiude il 21 maggio a Forlì la densa stagione di prosa 2023/2024 con una produzione Elsinor.

Un classico del teatro, il testo mitologico è stato tradotto in un linguaggio drammaturgico contemporaneo. In scena solo tre attori Stefano Braschi, Maria Laura Palmeri e lo stesso regista che restituiscono un sentire che nonostante appartenga ad una cultura ellenica ormai lontanissima dalla nostra riescono comunque a toccare in profondità il pubblico?

“Edipo a Colono è vecchio come tutta la tragedia greca. ‘Edipo a Colono’ era già vecchio per gli ateniesi che lo vedevano attorno al 400 A.C, il mito che racconta affonda il suo svolgimento nei secoli precedenti. – spiega il regista Gianluigi Gherzi – Eppure i Greci sapevano che ogni storia grande che viene dal passato, dall’arcaico, sa parlare al nostro presente e spesso si presenta anche come qualcosa che ci apre a una riflessione sul futuro.

Lo stesso succede a noi con “Edipo a Colono”. Che nel suo apparente essere “arcaico” ci racconta temi cruciali per la nostra vita di oggi. Racconta la fine del mondo, la peste, una terra distrutta, una città, Tebe, che non sa più generare, tutti temi che, in questo tempo storico e culturale,  ci arrivano come sberle in faccia, ci costringono a riflettere. Parla di morte, “Edipo a Colono” ma ci indica l’orizzonte in cui la morte può essere anche un dono, una rigenerazione, una rinascita, così la vive Edipo quando sta nel bosco di Colono.

Al pubblico questo arriva, fortissimo, ho visto studenti delle scuole medie superiori, seguire lo spettacolo con il fiato sospeso, travolti dalla sua forza e dalle domande che ci pone, coinvolti e partecipi, stupiti di fronte a un mito straordinario che per noi parla al presente. Tutto questo arriva2.

Che cosa l’affascina di questo testo mitologico?

“Edipo è l’ultima opera di Sofocle, scritta e mai vista andare in scena. Sofocle è cieco, come Edipo, ha conflitti con i figli, come Edipo. Sembra lasciare, con quest’opera, un testamento. Che testamento è? Perché ci ha affascinato così tanto? Sofocle prima di morire, sembra voler regalare un altro finale a Edipo, cambiarne in qualche modo il destino, toglierlo da quel lutto assoluto, intessuto di sangue e di morte, in cui l’ha lasciato alla fine dell’Edipo Re, scritto almeno 20 anni prima, la datazione dell’Edipo Re è ancora controversa.

Un testamento, e quello che ha da insegnare Edipo è moltissimo. Partendo dal rifiuto della guerra, della violenza, dal disgusto verso quel sistema chiuso e malato che era Tebe, dove lui era vissuto e da cui era stato cacciato, costretto all’esilio.

Esprime il rifiuto del mondo di Tebe, segnato da militarismo, di strapotere dei vecchi sui giovani, dell’uomo sulla donna. Edipo, vecchissimo, a un passo dalla morte, sogna un nuovo luogo, un nuovo tipo di città, che si contrapponga a quello che per lui è stata Tebe: uno scannatoio.

‘Edipo a Colono’ è un testamento, è l’ultimo straziante atto d’amore di Sofocle per la sua città, per Atene, che in quegli anni è minacciata. Tutto molto forte e straordinariamente interessante”.

In scena ci sono solo tre attori, cosa significa riadattare un testo sul lavoro di tre attori. Il testo della tragedia originale è stato mantenuto oppure è solo servito da ispirazione?

“In scena ci sono tre attori che riflettono, pongono domande a sé e al pubblico, a partire dalle vicende di Edipo e del suo stare adesso a Colono. Gli attori a tratti precipitano dentro le scene e i personaggi, assumendo i ruoli di Edipo, della sua giovanissima figlia Antigone, di Teseo, il mitico re fondatore di Atene, di Tiresia, colui che cieco, vede, ed è destinato a non essere ascoltato. Dentro e fuori i personaggi, e dentro e fuori la finzione scenica, a tratti le domande si rivolgono a tutto il pubblico, chiedono di noi, del nostro rapporto con Edipo e con il nostro presente”.

 La figura del narratore recita appunto “Edipo siamo noi”, in che senso?

“Edipo siamo noi’ a partire dal suo corpo. Edipo è ferito ai piedi, ha un rapporto difficile con la terra, come noi, Edipo è lungo incessante, sfinito pensare, come noi, Edipo sa che il mondo sta cambiando, che questo richiede risposte nuove, come anche noi possiamo pensare delle volte. Edipo ha un rapporto nuovo e commosso con la natura e con tutte le creature animali, vegetali, divine, che la abitano, in particolare nel meraviglioso Bosco di Colono, anche noi sentiamo la necessità di rapportarci alla natura in un altro modo. Edipo cerca le forme di un “sacro radicale”, non si rassegna alla convenzione e alla superstizione, questo ci parla. Edipo, come noi, parte dalla violenza, dall’orrore del mondo, delle guerre, delle pestilenze, e cerca un modo di essere e di vivere in un mondo danneggiato. Edipo siamo noi”.

 

 

Gemini Festival, dal pop all’afro. Faccia a faccia con il suo direttore Marco Ligurgo

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Dopo la preview sold out con Bonobo, che lo scorso 11 maggio ha fatto ballare il Binario Centrale di DumBO, entra nel vivo la seconda edizione del Festival Gemini a Bologna, organizzato dall’Associazione Shape, che torna ad animare due spazi dell’ex scalo merci Ravone, Il Binario Centrale e Temporanea, il 17 e 18 maggio.

Per l’occasione abbiamo incontrato Marco Ligurgo, direttore artistico di Gemini, che ci ha raccontato com’è nata questa nuova esperienza, dopo quella più nota e affermata del Robot, lo storico festival bolognese di musica elettronica e arti digitali, e come sta cercando di prendere vita propria all’interno della primavera cittadina.

Come associazione Shape abbiamo sempre la volontà di fare cose nuove e differenziarle —ci spiega Marco. Siamo partiti realizzando eventi tutto l’anno oltre al Robot in autunno; poi il mood club in Italia è molto cambiato e negli ultimi anni abbiamo pensato fosse interessante fare qualcosa di diverso e concentrarlo nella primavera; lo scorso anno è nato quindi Gemini.

Un nome affascinante, che rimanda all’astrologia, perché lo avete scelto?

Gemini vuol dire Gemello. Lo abbiamo scelto perché è il fratello gemello di una realtà più grande come il Robot, ma dall’altro lato è pensato come una realtà che gode di vita propria, e che proprio come un fratello gemello va per la sua strada.

La prima edizione del Robot Festival è stata nel 2008, da allora è diventato uno dei festival più conosciuti in Italia nel panorama della musica elettronica e del clubbing con importanti ospiti internazionali, un appuntamento ormai immancabile nell’autunno bolognese, in cosa si differenzia Gemini?

La nostra idea è quella di portarlo a essere un festival più commerciale, potremmo dire più pop e mainstream, nelle sonorità e nella tipologia di pubblico. Il Robot è più underground, va verso la ricerca e il contemporaneo, diciamo di “nicchia”. Gemini invece lo immaginiamo come un festival con più anime, dal rock al jazz, passando per l’afro. Ecco, un festival che guarda e si ispira più a un evento come il Primavera Sound; chiaramente ci vorrà del tempo per portarlo in quella direzione, ma già la line up di quest’anno, rispetto a quella della scorsa stagione, si distacca dai nomi legati all’immaginario dei primi anni del Robot e dell’elettronica pura. Speriamo di riuscire a programmare più concerti e musica dal vivo nei prossimi anni.

Domani, venerdì 17, e sabato 18 maggio si entra nel vivo della line up, cosa ci aspetta?

Venerdì apre la serata Maria Chiara Argirò, esponente di una nuova ondata di artiste italiane che hanno portato la propria personalità all’estero, nel suo caso in Inghilterra; c’è Christian Löffler, che ha scelto di comporre le sue musiche nell’isolamento di una casa sul Baltico, facendo irrompere nelle sue partiture elettroniche tutte le suggestioni di una natura aspra; e poi gli Acid Arab formazione franco argentina con un djset che unisce mondi lontanissimi. Nello spazio di Teamporanea, dove l’ingresso è gratuito, ci aspetta Bruno Bellissimo e Goodjacobbe.
Il sabato da non perdere la compositrice italiana Ginevra Nervi, a seguire il produttore inglese Rival Consoles e Tony Humpries, una leggenda degli anni Novanta, un omaggio alla storia dell’house music. Chiuderanno gli italiani Dirty Channels, mentre da Temporanea si esibiranno gli Optimo e Vertigo Soundsystem.

Appuntamenti futuri?

Il prossimo appuntamento di Shape sarà il 31 maggio, una serata in collaborazione con Jazz:Re:Found e Dj Premiere e Robert Owens, un secondo a fine giugno e poi torneremo con il Robot Festival a ottobre, a fine maggio ci sarà il primo lancio.

 

 

Le molte forme del Sacro femmineo. Su Donne Sacre di Franco Cardini e Marina Montesano

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Margaret e Catherine Fox, 1849

«Non è un cammino né semplice né breve. Non lo è stato per noi; non lo sarà per voi» avvertono Franco Cardini e Marina Montesano in chiusura del primo, programmatico capitolo del poderoso, denso saggio Donne Sacre. Sacerdotesse e maghe, mistiche e seduttrici pubblicato da il Mulino nel 2023.

Ed è in effetti da capogiro, lo «slalom diacronico, transculturale e intersezionale» che i due medievalisti propongono.

Queste brevi note -senza pretesa di esaurire alcunché, ça va sans dire– vogliono semplicemente restituire alcuni frammenti estratti dall’architettura complessa e complessiva di questo nutriente volume.

 

 

DEL TUTTO ALTRO

Il primo elemento da nominare è, forse, l’accezione di Sacro che il saggio indaga. Mutuando la definizione del teologo e storico delle religioni tedesco Rudolf Otto, si considera Sacro ciò che è «del tutto Altro, del tutto Diverso» rispetto all’umano. Vi è dunque, connaturata ad esso, un’ontologica ineffabilità, nel senso etimologico dell’impossibilità di farsi dire, finanche nominare. Un curioso, stimolante paradosso per un’opera che tende all’esatto opposto. Vien da pensare alle altrettanto paradossali e stimolanti riflessioni di Vladimir Jankélévitch sui molti rapporti tra musica e silenzio: in entrambi i casi è nello iato tra queste apparentemente inconciliabili polarità che la riflessione muove. E ci muove.

NÉ BUONO NÉ CATTIVO

Altra questione rilevante, perché problematizzante di molti luoghi comuni: queste pagine analizzano -con una ridda di esempi tra Mito e letteratura, tra Storia e cultura- una concezione e una concrezione di Sacro «non sempre necessariamente buono» e, specificamente, un Sacro femmineo che può essere «dolcissimo o terribile, salvifico o demoniaco»: quale elementare e al contempo radicale sfida ai nostri iper-semplificanti pre-giudizi quotidiani!

PASSATO CHE SI FA PRESENTE

Molte pagine sono dedicate a Grandi Madri e a figure del Mito. Pagine zeppe di uccisioni, evirazioni, decollazioni, sacrifici umani e animali, teofagie. E riti di purificazione. Come non pensare all’oggi, nel leggere le vicende di quegli esseri «impastati di bene e di male»: che sono, che siamo.

 

Piero della Francesca, Polittico della Misericordia, 1444-1465

 

MATER CHRISTI, MATER DEI

Un affondo specifico è dedicato a Maria di Nazareth: tanto centrale nella venerazione quanto poco raccontata dai Vangeli canonici, incarna la condizione umanamente, doppiamente ossimorica «non solo di Vergine e Madre, bensì anche di Theotókos, “Generatrice di Dio”, vale a dire Madre di Colui che per definizione è eterno e increato». Senza addentrarci in questioni teologiche o tecnicamente dottrinali, che non ci appartengono, anche da un punto di vista laico è un paradosso che allarga i pensieri, che nutre il pensiero.

CADUTA VERSO L’ALTO

Di ossimoro in ossimoro, di nutrimento in nutrimento, si arriva ad alcune mistiche medievali (Ildegarda di Bingen, in primis) e il loro «itinerario verso Dio attraverso un percorso ascetico che implica l’abbandono di riflessione razionale». È una «teologia per immagini» intessuta di visioni «fatte di luce e di voce» che rimandano, etimologicamente, al teatro, come luogo di sguardi e, appunto, visioni, tesi alla catarsi e alla conoscenza.

 

Ildegarda di Bingen

 

SPIRITISMO DA FIERA E NON SOLO

A proposito di teatro: alcune pagine sfiziose del volume raccontano delle sorelle Margaret e Catherine Fox, che nel 1849 negli Stati Uniti furono protagoniste della «prima dimostrazione di spiritismo tenuta davanti a un pubblico pagante». Si raccontano i trucchi poveri, da fiera, posti in essere per «parlare con i morti». Ma anche di sciamane siberiane e giapponesi, del loro farsi veicolo, farsi attraversare, finanche possedere. Anche in questo senso, il legame con la funzione trasformante ed evolutiva dell’atto teatrale è molto, molto stretto.

QUID MAIUS

Dopo fate e streghe, illuminazioni e persecuzioni, lati oscuri del «luminoso Rinascimento» e infatuazioni Preraffaellite, il saggio si chiude con Evita Perón, sineddoche di un Sacro femmineo non circoscrivibile, né riducibile. I tratti della sua identità plurale, per usare una definizione cara alla pedagogia istituzionale, sono suggeriti a suggellare un procedere pervicacemente rizomatico alla ricerca di «qualcosa d’inesprimibile, un quid maius».

Qualcosa che non sappiamo e che, come nella poesia, generosamente ci nutre.

 

Evita Perón

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Vasco Brondi “illumina tutto” l’Estragon

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Vasco Brondi

Siamo andati a Bologna sabato scorso, 4 maggio, precisamente all’Estragon Club per il concerto di Vasco Brondi. Arriviamo con largo anticipo, ci smezziamo una piadina al chioschetto fuori dal locale e guardiamo gli aerei sorvolare sopra di noi. Entriamo nel locale e facciamo un salto al banchetto del merchandising dove non potevo non prendere i fiammiferi con la scritta “Illumina tutto“, una vera genialiata.

Prendiamo poi posto in prima fila, dove ad aprire il concerto di Brondi sale sul palco Umberto Maria Giardini, una delle più grandi penne del cantautorato italiano, che ci regala alcuni dei suoi pezzi, letteralmente da brividi.

Dopo un breve check dei tecnici addetti al palco, finalmente arriva Vasco, accompagnato dalla sua band. Tra i pezzi dell’ultimo album, Un segno di vita, dei suoi album precedenti e de Le Luci della Centrale Elettrica, che hanno segnato indelebilmente tantissime generazioni, canzoni che squarciano l’anima dove la poesia di Brondi, nostalgica e malinconica è al tempo stesso anche colma di speranza, tutto il pubblico canta ogni singola canzone, tutte quelle canzoni che abbiamo ascoltato migliaia di volte, in macchina sulla riviera adriatica, sotto le stelle o semplicemente nella nostra camera al buio, dove anche noi perdenti, ci sentiamo finalmente compresi, per continuare a sopravvivere, “poi continuare a vivere e non avere niente da perdere”.

Tra una canzone e l’altra Brondi racconta aneddoti, come quello di quando ha vissuto a Bologna e vedeva sempre Lucio Dalla seduto in un bar, oppure di quando mandò il suo demo a Umberto Maria Giardini, che gli rispose proprio nel suo 23esimo compleanno e che poi finì per supportarlo durante il suo tour per l’Italia. Sarà che per me Bologna è la mia seconda casa, perchè ci ho vissuto durante il periodo universitario, sarà che le canzoni di Brondi le sento perfettamente in linea con il mio essere, ed è incredibile come ogni disco e ogni canzone riescano sempre a raccontarci tutto quello che stiamo vivendo, vedere Vasco dal vivo “nella calma che hanno a notte fonda i viali di Bologna” “dove sono possibili cose impossibli”, come quando nessuno avrebbe scommesso un centesimo su di me, che mi sarei laureata.

Un concerto di meteore che hanno aperto i nostri chakra, la nostra mente e i nostri corpi hanno viaggiato attraverso tempeste interstellari. Ad un certo punto Vasco invita Umberto Maria Giardini sul palco, dove i due cantano un pezzo di Moltheni (progetto di Giardini concluso), Zona Monumentale. Semplicemente grandiosi. Brondi poi canta Cosa Sarà (cover Lucio Dalla e Francesco De Gregori), bellissimo omaggio a Dalla, a Bologna e a tutti noi bolognesi nel cuore. La serata si conclude con Per combattere l’acne, Piromani, Mistica, A forma di fulmine, Un segno di vita e Nel profondo Veneto, dove Brondi scende dal palco e si addentra in mezzo alla folla della platea, in mezzo a questo labirinto di emozioni indescrivibili, perchè anche Brondi è uno di noi e nonostante fuori di qua il mondo stia cadendo a pezzi, i concerti, quella voglia di urlare e cantare tutti assieme sono i segni di vita più veri e autentici, nei quali credo e che io abbia mai visto.

“Forse si tratta di affrontare quello che verràCome una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà”

L’esercito del SERT” se lo ricorderà.

Umberto Maria Giardini

 

Portare la cultura italiana per le strade del mondo. Conversazione con il Teatro Due Mondi

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Inizierà in Germania l’11 maggio e lì terminerà, quattro mesi dopo, la tournée internazionale del Teatro Due Mondi di Faenza. In mezzo molti spettacoli in Polonia, uno in Ungheria e alcuni in Italia.

Andranno in scena i recenti Rossini flambé e Candido, ma anche lo storico Fiesta. E Come crepe nei muri, Carosello e Le nuove avventure dei Musicanti di Brema: un repertorio vasto e diversificato per diffondere in Europa la cultura e l’arte italiane, ma anche un messaggio etico sui temi dell’accoglienza, del rispetto reciproco, della civiltà.

Per meglio raggiungere pubblici diversi, anche e soprattutto quelli non abituati al teatro, la tournée toccherà grandi centri ma anche piccole città, anche grazie al sostegno di alcuni Istituti Italiani di Cultura in Polonia e Germania.

 

Teatro Due Mondi, Fiesta – ph © Daniele Ferretti

 

In quante lingue diverse avete presentato i vostri spettacoli, nel corso della vostra storia?

Gli spettacoli di strada nascono con l’obiettivo di ridurre al massimo il testo, proprio perché sappiamo che saranno visti da spettatori che parlano lingue diverse dall’italiano: normalmente traduciamo le parti importanti alla comprensione della storia, le canzoni sono cantate sempre in italiano (spesso in dialetti regionali, e a volte sono accompagnate da piccole traduzioni. Per fare un esempio particolare Fiesta, che ha girato in 4 continenti, ha il testo in dialetto romagnolo (che spesso è incomprensibile anche in Italia, ma è strutturato in una sorta di grammelot che accompagnato da azioni ed espressioni diventa comprensibile a tutti. Abbiamo comunque proposto spettacoli in inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, polacco.

Come lavorate, in pratica, per preparare gli spettacoli in lingue diverse?

Grazie alla presenza di Tanja, che scherzosamente chiamiamo “maquina de idioma” identifichiamo le parti che sono da tradurre, Tanja registra la corretta pronuncia e le attrici e gli attori imparano a memoria. In qualche spettacolo i testi tradotti sono registrati, e normalmente è Tanja che registra le colonne sonore che poi accompagneranno il lavoro. Tanti amici e amiche, colleghe e colleghi che abbiamo sparsi per il mondo ci aiutano nelle traduzioni, o correggono la forma di quello che facciamo da soli.

 

Teatro Due Mondi, Rossini flambé – ph Paolo Porto

 

Qual è la maggiore difficoltà e quale la maggiore sorpresa, in questo lavoro di traduzione e adattamento?

La difficoltà maggiore è mantenere il ritmo che in italiano sottende ai testi, mantenere la metrica e conservare il significato è difficile ma non impossibile, a volte è complesso mantenere le rime: comunque è sempre meglio rinunciare a qualcosa ma trovare una forma che sia ben comprensibile al pubblico di strada e che sia aderente alla lingua parlata.

La sorpresa maggiore è forse quando all’estero, dopo lo spettacolo, ti chiedono “Ma parli polacco!?” o “Ma parlate tutti tedesco!” e invece abbiamo solo imparato a pronunciare più o meno correttamente il testo senza neanche sapere cosa diciamo. È una bella soddisfazione e anche uno spunto – adesso con Duolingo ci siamo appassionate allo studio: Maria sta imparando il tedesco e Tanja il polacco per arrivare meglio preparate alla prossima tournée!

Sapendo che le specificità culturali sono innegabili (per cui ciò che fa ridere, commuovere o pensare in un certo contesto socio-culturale non è detto che lo faccia in un altro) c’è un elemento comune nella ricezione del vostro lavoro, nella vostra lunghissima esperienza internazionale?

Le maschere, che usiamo in quasi tutti gli spettacoli in strada, sono un elemento di curiosità, meraviglia e interesse in tutte le culture, così come il canto. La musica e la lingua italiana, le sonorità          che appartengono alla nostra cultura affascinano e avvicinano grandi e piccoli, tutte e tutti in ogni angolo del mondo.

Sentiamo come alcuni temi forti che riguardano il nostro mondo di oggi e di cui parliamo in spettacoli come I Nove Comandamenti e Come crepe nei muri riescano a coinvolgere il pubblico al di là delle differenze culturali. È evidente che temi come l’esclusione o il potere del denaro sono universali.

E qualche differenza sostanziale che avete riscontrato?

La differenza più evidente è la distanza che il pubblico tiene dalla scena e dagli attori: a certe latitudini le persone stanno vicine, a volte anche troppo, in altri contesti culturali invece tengono la distanza, osservano ma non si avvicinano troppo. Tanto cambia anche da un piccolo paese a una grande città, l’atteggiamento del pubblico dipende tanto dall’abitudine a stare in mezzo agli altri, a sentirsi parte di una comunità.

Si notano grandi differenze non solo nei pubblici ma anche nel modo in cui vengono organizzati i festival e le rassegne a cui siamo invitati. Recentemente la Polonia è stata una bellissima scoperta. Hanno una lunga tradizione di teatro per spazi aperti, che spesso tratta anche di contenuti importanti. Il pubblico dei festival è molto disciplinato ed interessato, segue gli spettacoli con grande attenzione. Non si vedono quasi persone col cellulare in mano, non ci sono bancarelle, stand di birra o altro intrattenimento di contorno. Le persone si radunano esclusivamente per assistere agli spettacoli – gratuiti -, seduti sul prato o in piedi, molti arrivano prima per tenersi il posto.

Ma ci piacciono anche i contesti più spontanei dove dobbiamo “conquistare” il pubblico, dove c’è confusione, dove c’è il mercatino oppure dove la gente non sa del nostro arrivo. Queste situazioni possono capitare in tutti i Paesi.

 

Teatro Due Mondi, Come crepe nei muri – ph Sara Q

 

In una realtà come il Teatro Due Mondi, in cui ogni persona oltre a quella artistica copre diverse funzioni indispensabili alla vita del gruppo, come sono organizzate, in concreto, le vostre tournée internazionali?

Tanja è responsabile delle vendite all’estero, Nicoletta di quelle in Italia; quindi a loro tocca il compito di programmare le uscite, i viaggi e i pernottamenti. Alberto si occupa dei mezzi di trasporto, del carico dei materiali. Poi in viaggio (normalmente in Europa ci muoviamo con uno o due furgoni) ci si alterna alla guida, Angela e Federica si occupano di acqua e cibo per il viaggio, Renato paga quando c’è da pagare vitto o alloggio, Maria spesso trova soluzioni di viaggio meglio dei navigatori gps e di Google Maps. Tanja, che ha messo in moto tutti i contratti di vendita, è la persona che quando arriviamo sul posto parla e si accorda con gli organizzatori, quindi è spesso subissata da tutti noi da domande tipo: dove dormiamo? Dove mangiamo? Dove ci cambiamo? A che ora partiamo? Tutte cose che lei ha già scritto su fogli che regolarmente ci consegna a ogni partenza, ma che normalmente nessuno legge con attenzione.

Chiudono il cerchio Cristina che dall’ufficio emette le fatture ai festival, Melania che fa la rendicontazione delle spese di tournée e Michele che cura l’ufficio stampa e i social del gruppo.

Qual è il cibo più buono che avete mai mangiato, all’estero? E quello più deludente?

Abbiamo gusti molto differenti nel gruppo. Alberto, ad esempio ricorda un meraviglioso Churrasco a Porto Alegre in Brasile e non rimpiange per niente il cibo di Taiwan, mentre Tanja adora i pirogi (i ravioli polacchi) e le colazioni tedesche, la frutta e verdura in Brasile e Taiwan, il vino rosé e i formaggi in Francia, il salmone e le fragole in Norvegia.

 

Teatro Due Mondi, Fiesta – ph © Daniele Ferretti

 

Inizierete la tournée estiva in Germania. Ci raccontate qual è il contesto in cui lavorerete?

Zweibrücken è una cittadina non lontana dal confine con la Francia nella zona di competenza dell’Istituto di cultura di Stoccarda che sostiene questa tournée. Ci siamo già stati più volte ma sono passati tanti anni e siamo contenti di essere stati invitati nuovamente al Straßentheater-Spektakel, i cui direttori sono cambiati nel frattempo. Si tratta di un Festival di due giorni con spettacoli di strada di vari generi. Quest’anno il tema è Stelle del Sud, quindi nel programma ci sarà una prevalenza di gruppi provenienti dall’area mediterranea. Il primo giorno presenteremo Rossini flambé sul nostro palco in piazza, il secondo giorno andremo in giro per il centro storico con Fiesta e in fine giornata parteciperemo a un grande raduno spettacolare insieme a tutti gli artisti presenti.

A giugno, in Polonia, oltre agli spettacoli proporrete un workshop. Che cosa chiedono, i giovani che incontrate in questo tipo di esperienze?

I giovani chiedono risposte alla loro curiosità di conoscere altri mondi, chiedono di poter prendere la parola, di essere ascoltati. Noi cerchiamo di accompagnarli con leggerezza, non siamo lì per insegnare, ma per spingerli in volo.

 

Teatro Due Mondi, Candido – ph Paolo Ruffini

 

Dopo tanti anni che cosa ancora vi sorprende, nel vostro viaggiare per il mondo?

Che ci siano ancora barriere e confini imposti dall’alto, che si cavalchi ancora un nazionalismo esasperato, che si confonda l’affermazione della propria identità con la chiusura verso l’altro, che si neghi la bellezza e la ricchezza della diversità.

Il vostro pubblico romagnolo avrà due occasioni di incontrare il vostro lavoro, a Forlì, il 20 giugno e il 4 luglio.

Presenteremo a Colpi di Scena il nostro nuovo spettacolo Candido e poi in serale Rossini flambé che ancora non abbiamo portato a Forlì: così come è bello partire per altre nazioni è bello tornare a casa, vicino a casa, ritrovare forse sguardi conosciuti che possiamo incrociare ogni volta con rinnovata curiosità.

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Cecità: realtà e immagini oltre il visibile

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Comprendere è perlopiù considerato un processo logico-razionale, il cui fine ultimo è la traduzione del mondo in significati intelligibili. Tale convinzione potrebbe aver portato a privilegiare la dimensione visibile del reale: ciò che è manifesto ha una forma chiusa, perciò immediatamente percepibile e portatrice di «senso sensato», come lo definisce il filosofo francesce Jean-Luc Nancy. Lo stesso mette in luce come questo approccio alla realtà trascuri un modo di «intendere differente», appartenente più alla sfera del sensibile che a quella della ragione e attuabile mediante un senso diverso dalla vista: l’udito. Cosa accadrebbe allora alla nostra percezione del mondo se abbassassimo per un attimo le luci e guardassimo nella penombra, guidati anche dalle nostre orecchie? 

É una domanda che potrebbe sorgere durante la visione  e l’ascolto di Le mie parole vedranno per me performance-installazione realizzata su invito del direttore artistico del TPE Andrea De Rosa nell’ambito della Stagione 2023/24 dal titolo “Cecità”. Terza parte di un percorso di indagine sul tema dello sguardo condotto negli ultimi due anni di Marco Corsucci, Le mie parole vedranno per me, realizzato insieme a Andrea Dante Benazzo qui in veste di dramaturg*, mette in crisi la nostra percezione del reale, ponendo domande sul processo di formazione dell’immagine mediante una sua sottrazione.

*figura istituzionalizzata nell’ambito del teatro tedesco, versatile, ibrida e di non facile definizione, la sua mansione varia a seconda della progettualità artistica, si occupa soprattutto di ricerca, stesura dei testi, affiancamento registico/drammaturgico.

Quando e come è nata l’urgenza di indagare il tema dello sguardo?

Marco Corsucci:  La ricerca è iniziata circa due anni fa, quando ho partecipato al bando di Biennale College 2022 con il progetto Mine-Haha. Dell’educazione fisica delle fanciulle, sull’omonimo testo di Frank Wedekind, in cui l’indagine verteva sul tema dello sguardo maschile sul corpo femminile. Questo filone è poi proseguito con Il Supermaschio, lavoro con cui ho iniziato a collaborare con Andrea Dante Benazzo, trattando lo sguardo maschile sull’uomo. Lo spazio era diviso in due parti: una platea di soli uomini e l’altra solo donne e chiunque si identificava come tale. A dividerli era uno schermo dove veniva proiettata la platea maschile. Dopo aver visto questo spettacolo, il direttore del TPE Andrea De Rosa mi ha poi inviato a proporre qualcosa sul tema della Stagione 2023/24, ovvero la “Cecità”. Mi è sembrato subito interessante che proprio mentre indagavo lo sguardo, mi venisse proposto di ragionare sulla condizione che nega la vista, perciò ho proseguito la ricerca sull’atto del guardare a partire da questo nuovo stimolo. Tuttavia, se i primi due lavori nascevano dal desiderio di approfondire lo sguardo come atto non innocente – e quindi nel suo legame con la violenza, il maschile, il controllo, il possesso e il potere – con Le mie parole vedranno per me il focus è proprio il vedere, il guardare, facendoci ispirare da Blue di Derek Jarman, Cataratta di John Berger e Citomegalovirus di Hervé Guibert. 

Due file di sedie, una di fronte all’altra, su uno spazio scenico essenziale, in penombra. Un uomo si accomoda dietro un piccolo tavolino posizionato di fronte a una testa nera artificiale. Sembrano guardarsi, ma è impossibile: lui è cieco, lei non ha occhi. In uno dei due lati, per terra, una stampante, che alla fine si scoprirà essere in breil. Una voce sintetica suggerisce al pubblico di indossare le cuffie posizionate sui braccioli delle sedute, mentre l’uomo aziona il mangiacassette sul tavolo: ne udiamo il rumore degli ingranaggi, il gracchiare del nastro e poi delle voci.

Le mie parole vedranno per me si compone di testimonianze di persone ciece o ipovedenti, che avete conosciuto entrando in contatto con l’associazione U.I.C.I (Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti) e l’A.P.R.I. (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti). Come è avvenuto questo incontro e come avete lavorato? 

Andrea Dante Benazzo: siamo partiti da una suggestione che ci è arrivata dal documentario Il paese dell’oscurità e del silenzio di Werner Herzog (1971), dedicato alla vita dei sordo-ciechi e da cui l’autore ha raccolto una serie di appunti visivi, utili poi per il suo film successivo L’enigma di Kaspar Hauser. Questo aspetto ci ha portato a considerare come metodo di creazione del nostro progetto quello della raccolta di una serie di appunti, che ci ha portato a introdurre l’idea della pagina di diario, diventata poi il mezzo di ricerca e raccolta materiali. Volendo declinare il tema della cecità in modo meno metaforico e più concreto, è nato il desiderio di incontrare davvero persone cieche e ipovedenti. Il primo che abbiam incontrato è stato Marco Bongi, direttore dell’associazione A.P.R.I, il performer protagonista in scena. Una volta raccontato il progetto alle associazioni, abbiamo fissato un primo incontro, che ha avuto un’ampia partecipazione. In seguito agli effettivi interessati abbiamo chiesto di tenere dei diari sonori, dando loro pochissime indicazioni: dire sempre la data, iniziare la primissima “pagina” dicendo il proprio nome, riflettere con noi sul tema dello sguardo. Ci interessava una cadenza quotidiana per poterci avvicinare a queste persone ma anche per generare la dimensione di solitudine che la pagina di diario spesso comporta, una condizione che poi abbiamo riproposto scenicamente tramite l’ascolto in cuffia e la penombra. Le testimonianze quotidiane ci hanno poi restituito delle suggestioni dalle quali abbiamo organizzato alcuni incontri di registrazione tramite tecnica binaurale (grazie alla collaborazione con il sound artist Federico Mezzana e il sound designer Dario Felli) che poi sono stati i nostri giorni di prova a Torino. 


Come avete scelto le persone e i diari?

Andrea Dante: la scrematura è venuta un po’ da sé, dal primo incontro in cui il gruppo era di circa quaranta persone, poi circa una quindicina hanno aderito alla raccolta dei materiali. Ciò che ci ha maggiormente colpito è stata la generosità con cui si sono raccontati, ma anche la specificità dei mondi che incontravamo. Penso ad esempio a Simona, che ci mandava dei lunghissimi audio mentre passeggiava, perché prima di diventare cieca era una guida escursionistica ambientale. Le abbiamo allora chiesto di passare un’intera giornata nei boschi di Corio, lei e Marco con i microfoni binaurali, e abbiamo registrato la passeggiata e il nostro incontro.

«I luoghi esistono anche quando non si vedono» rivela Simona, mentre lo spettatore è in una penombra che pare più densa rispetto all’inizio, forse perché ha socchiuso gli occhi, avvolto dai suoni registrati in binaurale. Ascoltandoli, ci si sente davvero immersi nell’ambiente da cui ci parla Simona. Il suono d’altronde è vibrazione e, in quanto tale, ci attraversa, è corporeo tanto da poterlo percepire anche oltre l’udito. Siamo agenti sonori e casse di risonanza di un paesaggio complesso di cui siamo uno degli elementi…

Nel vostro lavoro il suono e l’ascolto hanno un ruolo importante, sembra quasi sovvertiate il dominio della vista – senza però mai negarla del tutto – per dare primato all’udito. È così? Che tipo di esperienza volevate proporre al vostro spettatore-uditore? 

Marco: Esatto, la vista non la neghiamo mai, ma anche per una questione fondamentale a cui siamo rimasti fedeli fin da principio: non volevamo in nessun modo porre lo spettatore nella condizione del non vedente. La penombra in cui è immersa la scena nasce infatti da alcuni ragionamenti attorno al tema vista-cecità, che non potevano prescindere dai concetti luce-buio. Per quanto riguarda suono e ascolto è vero che hanno un ruolo principale, ma non abbiamo cercato di invertire la logica vista-udito, quanto di mettere in relazione i due sensi al fine di mettere in crisi il concetto di realtà, come evidenziamo in particolar modo nel finale: se per il vedente ciò che è reale ha una componente fortemente visiva, attraverso il suono abbiamo cercato di rompere le nostre certezze, segnalando come affidarsi solo alla vista a volte può essere molto ingannevole. Questo aspetto accade perché la realtà è sempre manipolabile dalle percezioni soggettive e dalla memoria. 


A proposito di memoria, realtà e componente visiva, qualche tempo fa leggevo che secondo le neuroscienze l’essere umano pensa e fa esperienza del mondo tramite immagini, ricreate dalla mente mediante la soggettività e l’influenza dei ricordi. Nulla quindi è mai come appare. In Le mie parole vedranno per me sembra proprio che accompagniate lo spettatore a chiedersi che cosa è reale, che cosa invece forse no…

Marco: il nostro intento era in effetti condividere non solo le testimonianze, ma anche il nostro stesso diario dell’esperienza. Lo spettatore quindi segue le nostre tracce verso quegli interrogativi che ci hanno portato a cambiare la nostra percezione del reale. Il racconto si compone infatti di memorie di altri all’interno di una cornice (uno sguardo) che è il nostro. È interessante il tuo riferimento alla percezione del mondo per immagini, perché il nostro obiettivo è stato anche quello di condurre lo spettatore all’interno del processo di formazione di un’immagine mediante le immagini raccontate da altre persone, che ne andavano a scaturire altre ancora, fino a creare una sorta di memoria collettiva. Le immagini insomma chiamano immagini e alla fine non sono di nessuno. A questo proposito mi viene in mente la testimonianza di Daiana: mentre stava “guardando” una fotografia in maniera tattile ci ha detto «io non so quanto la mia immagine corrisponda alla vostra».
Allo spettatore quindi volevamo far abitare questo territorio neutro, entrando in collisione con tutte le domande poste alle persone che abbiamo incontrato. 

Come nasce l’idea di abbinare la tecnologia del binaurale all’analogico del mangia cassette? 

Marco: Fin dall’inizio ho ragionato per polarità, tra cui anche analogico e digitale, la presenza di Marco in scena e la testa artificiale di fronte a lui. Questo dualismo ci ha permesso di far correre in parallelo due linee di scrittura sul suono – le pagine di diario e gli incontri – per dare un ordine al materiale raccolto e restituire anche le fasi del lavoro. Il mangiacassette è quindi testimone della prima parte di scrittura, le cuffie restituiscono invece memorie di un momento successivo. È stato, in altre parole, un modo per scrivere il nostro diario in scena nella maniera più stratificata possibile, a partire dagli assi della polarità. 


Per come è composta l’esperienza e per i temi che fate emergere, mi sembra che ci sia anche un ragionamento sul teatro stesso: da sempre inteso come “luogo dello sguardo”, a risalire ancora più indietro, l’etimologia lo rivela anche come lo spazio dell’ascolto. La vostra messa in relazione di vista e udito, il binomio tra analogico-digitale, sembrano rimandare a quella doppia componente visibile e invisibile del teatro. C’è stato effettivamente un ragionamento in tal senso, un’attenzione non solo sulla percezione della realtà ma anche sul modo di porsi nei confronti dell’esperienza teatrale? 

Marco: In effetti tra i primi incontri ci siamo ripetuti l’etimologia che hai appena ricordato. Tuttavia è rimasta una questione latente e invisibile, che in qualche modo ci ha guidati ma che poi ha parlato per noi. È comunque molto interessante questa riflessione, perché ci porta non solo a mettere in crisi cosa è reale e cosa non lo è, ma anche il teatro come luogo dello sguardo. 

Avete altri progetti futuri, sempre su questa linea di ricerca? 

Marco: Le mie parole vedranno per me penso sia solo un breve tratto di un percorso che ci piacerebbe fosse più lungo e che vorremmo approfondire. Al momento stiamo cercando di portare questo specifico progetto all’estero. Quest’ultimo spettacolo forse chiude la trilogia, ma non è la fine della ricerca. Per quanto mi riguarda il tema dello sguardo non finirà mai di parlarmi, penso che possa valere la pena di spenderci una vita intera. 

Andrea Dante: c’è inoltre il desiderio di proseguire la collaborazione insieme, pur mantenendoci autonomi su altre nostre progettualità. Lavorando con Marco, ho attraversato due ruoli, per Supermaschio ero attore, qui in questo caso mi sono scoperto dramaturg. Attualmente siamo quindi in vivace dialogo per capire come proseguire.

 

Ulteriori informazioni: https://www.fondazionetpe.it/spettacoli/le-mie-parole-vedranno-per-me/ 

La cerimonia del fango. Intervista a Menoventi

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ph Gian Marco Magnani

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Primo anniversario dell’alluvione in Romagna: giovedì 16 maggio, nella piazza centrale della città di Faenza, avrà luogo un rito collettivo, al termine del progetto teatrale La cerimonia del fango a cura di Menoventi.

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Nei vostri materiali parlate della «creazione di un lungo percorso di riflessione attiva e comunitaria attraverso il linguaggio del teatro». In che modo ciò avverrà? E soprattutto: quali attenzione porrete in essere per stare nel sottile equilibrio fra la salvaguardia delle specificità delle esperienze individuali, soprattutto in relazione a un evento tanto traumatico quale l’alluvione, ed evitare le parole in libertà, o peggio gli sbrodolamenti emotivi, che forse nella vita ma certamente nell’arte sono oltremodo nefasti?

Questo percorso è attivo da mesi e proprio la prima fase, costituita dai laboratori MEME, è la colonna portante del progetto. Con adulti, bambini e ragazzi abbiamo iniziato nel mese di gennaio un lungo percorso a cadenza settimanale. Questi incontri preparatori hanno permesso ai partecipanti di raccontare in un ambiente protetto le loro esperienze più dolorose, di farlo insieme ad altre persone che hanno vissuto un trauma simile ma anche di fronte a cittadini fortunati che hanno assistito alla catastrofe senza esserne direttamente coinvolti. Potrebbe sembrare un cammino puramente terapeutico, ma non è andata così, c’è sempre stato il teatro come tramite; il racconto di questi avvenimenti è sempre mediato dall’espressione artistica e puntualmente alternato alla pratica teatrale.

Abbiamo vissuto momenti di altissima densità emotiva che non hanno nulla a che fare con lo “sbrodolamento” melenso. Il pianto faceva parte del gioco, per forza di cose, ma la forza sincera e vitale di questi racconti era tale da annullare qualsiasi vittimismo.

In seguito c’è stato (anzi, ad oggi è ancora in corso) il nostro intervento, che intende dare una forma pubblica alle testimonianze. Le abbiamo raccolte meticolosamente e ora stiamo creando dei collage, delle azioni, delle brevi partiture che partono dai racconti intimi e virano verso una forma pubblica e condivisa con la città.

Le altre realtà coinvolte nella cerimonia porteranno un segno della loro esperienza per condividerla con la collettività: si porteranno in piazza alcuni oggetti sopravvissuti alla catastrofe, altri che invece sono affondati. Le associazioni, le scuole, i musei, le botteghe ceramiche e tutti i partecipanti sono invitati a mostrare qualcosa in un tempo breve; la rapidità imposta agli interventi non garantisce solo una durata sostenibile e un ritmo scorrevole, ma vuole scansare il possibile – e comprensibile – impulso verso la rivendicazione personale.

Siamo felici di constatare che le realtà chiamate in causa hanno capito perfettamente lo spirito del progetto, non era scontato.

 

 

Il momento conclusivo è da voi definito «un grande rito collettivo e partecipato». I legami tra rito e teatro, si sa, sono antichi quanto il teatro stesso. Penso a Grotowski, che nella radicale rivoluzione che ha compiuto, nel secolo scorso, auspicava un rito «fondato non sulla fede ma sull’atto». Vi riconoscete in questa accezione? Se sì: quali atti costituiranno sia il prima del vostro rito che il momento finale?

Gli atti sono proprio i segni citati sopra. Assodato un timing rigoroso, le persone coinvolte hanno libertà espressiva, ognuno condivide ciò che si sente di condividere. Questi atti sono frutto delle specificità di ogni realtà che prenderà parte al rituale, ognuno continuerà ad avere a che fare con ciò che ama fare. I musicisti suoneranno, i ceramisti e i musei porteranno le loro opere (alcune in frantumi, alcune salvate dalla furia dell’acqua), i poeti ci hanno regalato alcuni preziosi versi, le associazioni sportive giungeranno in piazza con le biciclette o lanceranno in aria i palloni da calcio, gli agricoltori pianteranno simbolicamente un nuovo albero… e così via.

I partecipanti ai laboratori MEME condivideranno alcuni materiali emersi dai percorsi che raccontavamo prima, e insieme alle loro guide e a Consuelo saranno gli officianti del rito.

Voi siete teatranti, non assistenti sociali né psicologi. Cosa porterete, del vostro fare arte, in questa creazione? E in che modo essa vi sta nutrendo, come donne e uomini di scena?

La prima cosa che portiamo è l’idea di creare questo rito per la città in cui viviamo. Ci sembrava strano proseguire le nostre attività come ogni anno senza creare uno spazio di riflessione su quello che è accaduto attorno a noi. Abbiamo voluto mettere a servizio quello che sappiamo fare meglio: il nostro fare artistico.

E’ difficile dire cosa portiamo del nostro fare artistico con precisione perché ci sembra che questo sia un progetto che concerne l’identità e tutto ciò che riguarda la vita: la capacità di osservare, di mettere in relazione, di cogliere spunti anche da situazioni o conversazioni che riguardano altro. Ci poniamo continuamente domande, ci interroghiamo a vicenda.

Ogni decisione su questo percorso è continuamente messa in discussione, passata al setaccio e poi realizzata; questo è il procedimento di base che lo accumuna alle altre creazioni della compagnia.

Convergono nel lavoro le letture delle pubblicazioni uscite in questi mesi sull’argomento, quelle suggerite da chi ha partecipato ai laboratori o da chi si è appassionato all’impresa senza farne parte. Anche le mostre viste in città, fra cui quella curata da Giovanni Gardini Dove abita l’uomo, che ci ha fatto incontrare la foto di Andrea Bernabini che è diventata l’immagine di locandina. È una foto in cui convergono il fango asciutto, con le sue crepe, e l’azzurro del cielo riflesso nell’acqua. Devastazione e rinascita.

Mettiamo anche a frutto alcune collaborazioni nate da precedenti esperienze di MEME o di alcune produzioni dei nostri lavori teatrali: il rapporto con Paolo Banzola, che ha curato la grafica, con Andrea Montesi, che si occuperà dell’allestimento del fiume-serpente disegnato in piazza in collaborazione con Sofia Banzola, con Daniele Lambertini, che sta componendo musiche ad hoc, oltre al confronto con le guide dei laboratori Ermelinda Nasuto e Beatrice Cevolani.

Facciamo tesoro del rapporto che si instaura con le persone coinvolte nei laboratori e nelle altre creazioni, cercando sempre di renderle partecipi di un percorso che va dall’idea alla realizzazione. I pensieri dei singoli vengono condivisi e rielaborati in un’opera di assemblaggio, collage, riscrittura.

Il nutrimento passa attraverso le persone che incontriamo, le loro storie, i vissuti, i modi di essere che prima non conoscevamo e a cui ci avviciniamo. Come tutti i romagnoli siamo rimasti a bocca aperta di fronte alla forza delle persone che hanno perso tutto. La loro dignità, l’ironia lucida, la tenacia che dimostrano ancora oggi è stupefacente. E come tutti i romagnoli abbiamo assistito a una solidarietà che non pensavamo più possibile. Le persone – perlopiù giovanissime – che sono accorse da tutte le parti per dare una mano, restando nell’anonimato, seguendo solo l’impulso di dare una mano, è un insegnamento che non vogliamo dimenticare. La cerimonia del fango serve anche a questo, a non disperdere quell’energia solidale che ha salvato la città. Non stiamo esagerando, si è innescato qualcosa di straordinario che ha salvato molte vite, come il surfista faentino che faceva la spola tra i tetti delle case con la sua tavola, rischiando l’ipotermia, e che ha tratto in salvo sedici persone intrappolate, alcune prossime alla fine. Come si chiama il surfista? Qualcuno a Faenza lo ricorda, molti lo ignorano. Lui come le persone che hanno spalato melma per settimane sono venuti per aiutare, non per il quarto d’ora di celebrità.

 

 

In questo progetto coinvolgerete diverse realtà del territorio faentino. Sapendo che l’azione culturale è spesso molto parcellizzata e che le occasioni di collaborazione sono rare, anche in un piccolo territorio di provincia come Faenza, quali difficoltà e quali sorprese ha portato, questa vostra chiamata? 

Abbiamo constatato che a Faenza c’è un tessuto culturale molto vivace e collaborativo, nonostante le dimensioni della città. Forse anche per questo abbiamo scelto di vivere qui, quasi venti anni fa.

La sorpresa è stata quella di incontrare una vasta adesione anche su un tema così delicato, che rende il progetto fragile e facilmente attaccabile. Camminiamo sul vetro, stiamo parlando di vite spezzate, ma nonostante questo molte realtà cittadine hanno riposto con trasporto, dimostrando grande coraggio.

Abbiamo cominciato coinvolgendo solo le realtà culturali colpite dall’alluvione, ma poi spontaneamente si è ampliato il ventaglio e ora l’ambito culturale è solo uno dei numerosi elementi che animeranno i cortei e la piazza. Non riusciremo a essere esaustivi, forse abbiamo dimenticato qualcuno, ma queste sono le forze che potevamo mettere in campo, non ci stiamo certo risparmiando. Ci auguriamo che questo rito possa far sentire partecipe anche chi verrà come semplice curioso, proprio perché si tratta di una cerimonia e non di uno spettacolo. Non ci sarà frontalità, alcuni atti saranno condivisi da tutti, noi siamo i cerimonieri, non i protagonisti.

Vogliamo ricordare che ancora c’è tanto da fare. La difficoltà del progetto sta nella sua portata, nell’ampiezza che è cresciuta giorno dopo giorno e che richiede molto lavoro da tutti i punti di vista.

Infine: con quale attitudine è consigliabile che una persona venga in Piazza del Popolo, giovedì 16 maggio?

Regaleremo a tutti i presenti un fiore di canna palustre (in Romagna la chiamiamo cannarella); tutti i cittadini porteranno in piazza questi fiori e al tramonto li bruceremo, sperando che questo atto possa aiutarci a bonificare in parte la palude che abbiamo in testa.
Abbiamo appena scritto un nuovo breve testo che racchiude gli intenti alla base del progetto. Lo leggeremo nei punti partenza dei sette cortei che dai quartieri devastati giungeranno in piazza. Lo leggeremo poco prima del primo passo, subito dopo aver impugnato questo fiore. Questi sono gli intenti, questo lo spirito che ci auguriamo di poter diffondere in città.

Oggi ci raduniamo nei parchi, nelle sedi delle realtà culturali e sportive, nelle scuole,
nelle botteghe, nelle strade, nei quartieri invasi dall’acqua.
Vogliamo trasformare in canto le emozioni trattenute.
Vogliamo stringerci e sentirci un’altra volta vicini per rinnovare la forza solidale
che ha tenuto in piedi la città.
Vogliamo rimarcare la dignità di chi ha perduto tutto, il sorriso di chi ha dato una mano,
la forza tenace di una collettività ritrovata, una forza che non vogliamo disperdere.

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Teatro in tempo di elezioni. Su Sbum! Yes we cake, dei Fratelli Dalla Via

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ph Nicola Sandrini

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È tempo di elezioni!

In giro compaiono i manifesti elettorali e la propaganda è alle stelle.

Il tempo giusto per parlare di uno spettacolo che ho visto di recente, presso il Teatro Testori di Forlì (bisogna stare attenti e notare, oltre ai manifesti elettorali, anche quelli dei teatri).

Lo spettacolo in questione è Sbum! Yes we cake, dei Fratelli Dalla Via, vincitore del premio Eolo Award 2023, nell’ambito del teatro ragazzi.

Ma perché il tempo giusto per parlarne?

Sbum! Yes we cake (da qui in avanti per brevità di linguaggio, Sbum!) è uno spettacolo, che, per dirla con le parole del critico Mario Bianchi: “mette in relazione con rara efficacia la precaria situazione ambientale del nostro pianeta con il generale deficit di Democrazia e di Informazione” e “propone una riflessione profonda, intrisa di amara ironia, sul futuro del nostro pianeta e della nostra civiltà”.

E, aggiungo io, si scaglia molto esplicitamente contro le logiche politiche, quasi sempre demagogiche, accusandole di farsi scudo di parole potenti e positive (“democrazia”, “sostenibilità” “uguaglianza”) per creare confusione e detenere il potere.

Ma come lo fa? Con quale narrazione e con che linguaggio?

Lo spettacolo è breve, meno di un’ora, e pensato appositamente per un pubblico molto specifico: i ragazzi delle scuole medie.

Il testo usa la parola con scioltezza in diverse forme, tutte contraddistinte da velocità e ritmo: discorso motivazionale, dialogo botta e risposta, canto rap.

Il contesto è fantascientifico, futuristico, surreale.

La scena si apre con due computer antropomorfi, Dato e Data, che processano dati, filtrano informazioni, in un’epoca di moltiplicazione delle stesse che le rende sfuggenti, difficili da decifrare. Il loro motto è “Se non vi fidate, verificate”. Più facile a dirsi che a farsi.

Dopo il loro prologo inizia la vicenda, con un bel monologo del Presidente dello Stato Unito del Mondo. L’ambientazione sembra un po’ distopica, quasi Orwelliana, ma le parole del Presidente sono rassicuranti: vuole la democrazia, vuole l’uguaglianza e vuole dare a ognuno la sua fetta di torta. Letteralmente.

In occasione di una grande festa mondiale, il governo farà preparare una grandissima torta e ogni abitante del mondo ne avrà una fetta. Tutti saranno uguali davanti alla torta e a nessuno sarà fatto un torto (torto e torta è solo uno dei numerosissimi giochi di parole del testo).

 

ph Nicola Sandrini

 

Ecco allora che si staccano, dall’alto, due drappi da parata, che diventano lunghissimi grembiuli da cucina, indossati da due cuochi, incaricati di preparare questa incredibile torta.

Ma non è semplice realizzare una torta che accontenti tutti gli abitanti del mondo, sia chi è allergico al cioccolato, sia chi non ama la panna, sia chi la vuole in un modo, sia chi la vuole in un altro. E dopo parecchi battibecchi la soluzione è una torta senza sapore.

Risolto il problema dei pasticceri inizia quello di due costruttori, che devono progettare la forma della torta e risolvere il problema del trasporto. Torta rotonda che rotola? Torta quadrata volante? Usare uno stormo di uccelli? Costruire la festa attorno alla torta?

Dopo i costruttori è la volta di altri due personaggi alle prese con il boccone amaro della torta: due esperti in comunicazione, gli addetti stampa del Presidente, che però, anziché essere ai suoi ordini, si permettono di dargli ordini.

Secondo loro la torta democratica è una promessa che non può essere mantenuta. Il Presidente deve fare marcia indietro ed escludere qualcuno (altre discussioni per capire chi: se i più poveri, i più ricchi, i più giovani o i più vecchi). E il Presidente, dopo qualche resistenza, molto a malincuore, china il capo e acconsente.

Qui, finalmente, capiamo che tipo è questo Presidente.

Uno che ci credeva davvero, nella democrazia. Uno che pensava di poter fare del bene. Uno che però non ci aveva mai pensato davvero troppo. Uno stupido, un semplicione, che alla fine si risolve a prendere una scelta di comodo. Uno come tanti (e forse è questo il bello del personaggio).

 

ph Nicola Sandrini

 

Nel suo discorso finale, apologetico, utilizza quelle parole che nello spettacolo vengono chiamate “formule magiche” o “supercalifragilistichespiralidoso” e che servono a confondere le menti, coprire gli errori, sembrare più di quel che si è. Sono parole come “uguaglianza”, “democrazia”, “sostenibilità”.

Poi si dimette, lasciando al suo posto una persona a caso, una manifestante, e tutto quanto scompare nella nebbia.

Sbum! ha un messaggio forte e ha il grande pregio di parlare chiaro. Offre, cioè, ai ragazzi una metafora concreta, quella della torta gigante, facile da visualizzare e da immaginare. Con questa torta e i suoi problemi qualunque spettatore può facilmente confrontarsi, immaginando risoluzioni, ipotesi, calandosi subito nei panni di chi deve realizzarla, trasportarla o dividerla.

Nonostante il finale sia abbastanza cupo e abbia un sapore amaro, Sbum! riesce a far aprire la bocca a tutti, per dire la propria. È uno spettacolo che invita al dialogo, al confronto e alla presa di responsabilità.

Ecco perché è un bel racconto da fare oggi, in tempo di elezioni.

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Farsi trasformare dalle visioni. Conversazione con Agata Tomšič e Davide Sacco | ErosAntEros | Polis Teatro Festival

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ErosAntEros - Davide Sacco e Agata Tomšič - ph Dario Bonazza

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Dal 7 al 12 maggio torna a Ravenna POLIS Teatro Festival, che ha aperto la settima edizione con lo spettacolo Santa Giovanna dei Macelli di Bertolt Brecht, in un prologo andato in scena il 24 aprile al Teatro Alighieri.

Dramma barocco tedesco: sintetizzerei col titolo del celebre saggio di Walter Benjamin il vostro nuovo spettacolo, in cui ancor più che in precedenti produzioni la stratificazione di segni (verbali, visuali, sonori, interpretativi, …) diviene un amalgama di per sé significante e agente. Cosa sta alla base di questa scelta e quali accortezze compositive richiede? 

Agata: Benjamin è come sai un autore a noi molto caro, da più di un decennio. I concetti di montaggio e citazione da lui espressi nei Passage e nelle tesi Sul concetto di storia sono diventati dei punti cardine all’interno della nostra poetica e lavorare su una drammaturgia solida, per quanto estremamente complessa – per il tema in primis, ma anche per la forma multilinguistica e multidisciplinare che abbiamo deciso di dare allo spettacolo – ci ha permesso di mettere alla prova all’ennesima potenza quello che è l’idea di teatro estetico -politico che da 14 anni perseguiamo. La sfida è stata creare una partitura dove tutti questi elementi possano entrare in rapporto dialettico in maniera armonica: sembra un ossimoro, ma il ritmo, l’armonia dei diversi elementi, sono fondamentali sia tra ciascun elemento (esempio tra le lingue utilizzate in scena) che a livello più generale nella macrostruttura dello spettacolo. Si tratta di comporre un’opera “totale”, dove oltre alla partitura musicale, la recitazione e il canto dei performer, le scene, i costumi, le luci, entrano in gioco e si fanno portatori di senso drammaturgico il video, le diverse lingue e culture teatrali portate in scena dagli attori.

Dietro e dentro l’azione, vi sono le musiche originali dal vivo della cult band slovena Laibach. Come è avvenuto l’incontro tra voi e quali sorprese e disorientamenti ha portato, a livello creativo? 

Davide: L’idea di coinvolgere i Laibach in questo lavoro è nata circa quattro anni fa. Abbiamo riletto molte volte e riflettuto molto su questo testo che ci è sempre interessato molto in particolare perché Brecht in esso tenta di dispiegare il sistema capitalista finanziario della borsa. E lo fa attraverso la metafora della fabbricazione della carne in scatola: da una parte i proprietari delle fabbriche e la relativa filiera che si fanno concorrenza e i loro affari in borsa chiudendo fabbriche e giocando con i prezzi della carne, dall’altra gli operai, sorta di rivoluzionari nascenti, che disperati per la perdita del lavoro e letteralmente morendo di fame tentano di organizzarsi per lottare. Al centro di questi due poli Brecht pone i Cappelli Neri, una sorta di salvation army a metà tra il militare e il religioso, che l’autore stesso indica arrivare sempre marciando e suonando. Tutto questo ci ha fatto pensare ai Laibach (band che entrambe conosciamo da sempre come cultori e della quale avevamo già utilizzato quattro brani nel nostro spettacolo Allarmi! nel 2016, e io già avevo utilizzato una loro canzone nello spettacolo LEBEN del Teatro delle Albe del 2006 che prese il titolo proprio da una loro canzone da me portata a Ermanna e Marco). Sin dalla prima lettura del testo abbiamo pensato a loro. Non mi dilungo ora, ma è davvero incredibile come i Laibach e i Cappelli Neri si sovrappongono. Sembra che Brecht abbia scritto pensando a loro! La collaborazione con i Laibach è stata fantastica e in qualche modo molto semplice, sin dal primo giorno. Ci siamo capite sempre subito. E in sostanza quello che abbiamo fatto è stato fornire a loro i testi delle canzoni di Brecht presenti nello spettacolo e indicare loro quali tipi di atmosfere cercavamo per ciascuna canzone. E loro si sono occupati non solo di scrivere le musiche delle undici canzoni originali (su testi di Brecht) presenti nello spettacolo, ma hanno curato, in stretta relazione con noi, tutto il sound design dell’intero spettacolo, che dall’inizio alla fine ha solo pochi attimi di silenzio, precisamente definito, come molti dei nostri lavori. Inoltre, i Laibach / Cappelli Neri in alcuni momenti del lavoro parlano con parti di testo presenti nel dramma di Brecht che abbiamo per quanto possibile ridotto insieme alla squadra di dramaturg senza snaturare il senso del testo.

Agata: Aggiungo soltanto, che non abbiamo adattato la presenza, l’immagine dei Laibach al testo di Brecht, ma scelto i Laibach proprio perché fin dall’inizio abbiamo creduto che la loro estetica fosse già di per sé perfetta per far loro incarnare il ruolo dei Black Hats all’interno della favola post-espressionista dark che volevamo creare portando in scena Santa Giovanna dei Macelli. E anche dal punto di vista del mio personaggio, ho semmai spinto la mia interpretazione di Giovanna Dark in direzione dei Laibach, per avvicinarmi a loro e fare da ponte tra loro e gli altri personaggi-attori del nostro spettacolo.

 

Santa Giovanna dei Macelli – ph Daniela Neri

 

I colori predominanti, nel vostro Santa Giovanna, sono il bianco, il nero e il rosso. Tale scelta ha significati simbolici? 

Davide: Bianco, nero e rosso sono i colori di ogni elemento scenico, di costume, video e luci che vanno a comporre l’immagine della nostra Santa Giovanna. E questo tipo di ricerca e astrazione nell’immagine è qualcosa che spesso ha in qualche modo caratterizzato i lavori di ErosAntEros. Nel caso di questo spettacolo l’idea dell’atmosfera dark proviene dal nome dell’eroina, nominata da Brecht stesso appunto Giovanna Dark, e dall’esercito della salvezza dei Cappelli Neri da noi mantenuti nell’inglese Black Hats, di cui lei fa parte. Poi c’è il bianco della neve che è anche il colore con il quale abbiamo voluto caratterizzare la Giovanna più fragile, non più parte dei Cappelli Neri, che si unisce alle lotte delle tute bianche degli operai. E poi c’è il rosso del sangue (e del nostro sanguinario Mauler), che viene prodotto da un meccanismo, un sistema, e cade tutta la durata dello spettacolo all’interno della simbolica vasca da bagno trasparente di Mauler man mano che il bloody business viene portato avanti. E pian piano la vasca si riempie, e il livello del sangue si alza come simbolo dello scorrere del tempo e degli avvenimenti. E nel finale quella vasca piena di sangue diventa strumento con il quale Giovanna sconfitta e deceduta viene santificata dal capitale vittorioso. 

Ancora, dal punto di vista visivo: diverse croci monocrome su campiture bianche, anche nei costumi di scena, mi han fatto pensare alle creazioni di Joseph Beuys. È stato un vostro riferimento? E soprattutto: come nel suo caso vi è una funzione anche medicamentosa, oltre che di denuncia, nei vostri intenti? 

Davide: La Black Cross! Si tratta di uno dei simboli principali dei Laibach dall’inizio degli anni ottanta! E loro stessi hanno dichiarato più volte di essersene appropriati da Malevic. Come dicevo i Laibach e i Black Hats si sovrappongono perfettamente e anche nel caso del simbolo è evidente come sia assolutamente perfetto per questo esercito della salvezza tra il religioso e il militare (questioni che come dicevo hanno sempre caratterizzato anche i Laibach). E comunque sì, Joseph Beuys è un artista citato e manipolato dai Laibach in diverse occasioni.

 

Santa Giovanna dei Macelli – ph Daniela Neri

 

Azione dal vivo, immagini di figure umane proiettate con cui chi è in scena dialoga, live cam come ibridazione fra presentazione e rappresentazione: che cosa il vostro spettacolo, o ogni spettacolo, non può linguisticamente significare, della realtà sociale e civile che pur lo muove? 

Davide: All’interno dello spettacolo facciamo un uso importante dell’elemento video, per il quale abbiamo collaborato con il collettivo di videoartisti sloveni basati a Berlino Komposter. Ci sono sostanzialmente tre elementi. Uno di questi sono le videochiamate attraverso le quali abbiamo voluto non-rappresentare la borsa. Non c’è mai un luogo in questo nostro spettacolo. E in particolare abbiamo voluto disumanizzare la borsa trasferendola totalmente nel mondo virtuale. Quello che si vede sono delle videochiamate tra Mauler nudo nella sua vasca da bagno o comodamente in déshabillé accompagnato dal suo assistente-broker Slift e gli altri proprietari collegati in call. Un altro elemento sono dei visual che accompagnano le canzoni della band e che contengono vari elementi simbolici. Infine abbiamo i video di realtà che sono l’unico elemento che connette direttamente lo spettacolo all’oggi, non come scenografia video, ma come ulteriore livello di drammaturgia che, mentre sul palco e nel testo si mostrano e si parlano operai in lotta, mostra nel video cortei e lotte di lavoratori di oggi in Europa, soprattutto in Italia, Slovenia e mondo tedesco (luoghi di provenienza dei teatri coproduttori). E a proposito di questo, l’attualità del lavoro ci ha travolte al punto che durante le ultime giornate di allestimento al Teatro Arena del Sole di Bologna (dopo aver passato l’intero mese precedente in prova a Lubiana) ci siamo trovate il corteo nazionale dei lavoratori sfilare in protesta (a seguito di un terrificante evento avvenuto in una centrale idroelettrica non lontano da Bologna) esattamente davanti alla porta del teatro. Ovviamente siamo corse in strada insieme ai Komposter e quel corteo che passa davanti alla facciata del teatro è ora parte integrante dello spettacolo.

«Trasforma il mondo: ne ha bisogno!»: citate Brecht, in esergo ai materiali di presentazione di Polis Teatro Festival 2024. Questa esortazione mi sembra perfettamente in accordo con la veemenza del vostro dire e di tutto il dispositivo scenico di Santa Giovanna. Sapendo che ogni fruizione culturale si costituisce di reti di persone affini, quali azioni ponete in essere per incontrare chi non è già d’accordo con voi? 

Agata: Uno dei progetti di cui siamo più fieri e che ogni anno porta a teatro spettatori che mai vi avevano messo piede sono i biglietti sospesi: grazie alla collaborazione con diverse cooperative sociali del nostro territorio avviciniamo il teatro a persone che per motivi economici o sociali solitamente non frequentano i luoghi culturali della nostra città. In realtà Santa Giovanna dei Macelli, come il saggio Cinque difficoltà per chi scrive la verità, sempre di Brecht, con cui debutteremo a POLIS mercoledì 8, danno voce a una critica radicalissima e spietata della nostra società e del capitalismo che in essa campeggia, con la quale certamente la maggioranza degli spettatori non è d’accordo. Per il drammaturgo tedesco, il fascismo contro cui si batte negli anni di composizione di questi testi, durante il suo esilio in Danimarca, altro non è che la “forma più nuda, più sfacciata, più oppressiva e ingannevole di capitalismo”. Le ultime parole che Giovanna afferma prima di morire durante la sua santificazione ad opera del capitale stesso, dopo aver tradito la rivoluzione proletaria, sono di una ferocia inaudibile: “dove regna la violenza/ solo la violenza può servire,/ e dove ci sono uomini,/ solo uomini possono dare aiuto”. Entrambe sconvolgono con la loro violenta verità il perbenismo con cui noi “gente di sinistra” riempiamo le sale teatrali, ma quando bisogna rischiare la vita per scendere in piazza o anche soltanto rischiare di rinunciare ai privilegi a cui siamo abituati, ci tiriamo indietro, perché abbiamo troppo da perdere, esattamente come fa Giovanna prima del finale.

 

She She Pop – ph Benjamin Krieg

 

In base a quali principi avete scelto ciò che sarà presentato a Polis Teatro Festival 2024? 

Agata: L’idea iniziale è nata proprio dalla coproduzione internazionale di Brecht che stavamo mettendo in piedi negli ultimi anni e che avrebbe debuttato ad aprile 2024, supportata dai rapporti che abbiamo costruito nell’area di lingua tedesca negli anni: già nel 2015 siamo stati coinvolti in un progetto formativo presso lo Schaubuhne di Berlino, con il Theatre National du Luxembourg siamo con Santa Giovanna alla seconda coproduzione, da diversi anni siamo in dialogo con Milo Rau per cercare di ospitarlo a POLIS (neanche questa volta ci siamo riusciti, ma ritenteremo!), mentre l’estate scorsa abbiamo conosciuto Stefan Kaegi e iniziato con lui uno lungo scambio per capire quale opera di Rimini Protokoll portare a Ravenna quest’anno. Con altri artisti e operatori è stato invece proprio il festival a fare da motore per generare nuove amicizie e collaborazioni. Il sistema teatrale tedesco è molto diverso da quello italiano (dedicheremo a questo argomento addirittura una tavola rotonda, sabato 11 alle 15 al Teatro Rasi!), il che ci ha spinto ad affacciarci maggiormente alla scena indipendente portando nella nostra città alcuni degli artisti più interessanti della scena europea, come, le berlinesi She She Pop e lo svizzero Mats Staub, con opere che sperimentano diversi linguaggi espressivi, forme multidisciplinari, come video-installazioni, camminate, monologhi partecipativi, che più esplicitamente rompono le convenzioni teatrali tradizionali.

Per chi fosse estraneə alle astruserie del contemporaneo: quali sono le opere più facilmente accessibili, tra quelle in programma?

Agata: Sorprendentemente, forse, sono gli artisti emergenti delle due reti nazionali Visionari e In-box, di cui POLIS è partner, e che ospiteremo nei primi giorni, a essere più “tradizionali” dal punto di vista formale. Detto ciò, però, ci tengo a sottolineare che le “astruserie contemporanee” che proponiamo a POLIS sono estremamente fruibili, a volte anche “leggere”, quasi giocose, seppur sempre intelligenti e collegate al tempo presente a livello di contenuti, come nel caso di The Walks di Rimini Protokoll, Posseduto di She She Pop e Millenovecento/89 di Le Cerbottane; altre volte più profonde e commoventi, come nel caso di Death and Birth in My Life di Mats Staub; altre ancora algide o provocatorie, come Autodiffamazione di Barletti/Waas e il nostro nuovissimo Sulla difficoltà di dire la verità, entrambi figli di due grandi drammaturghi del ‘900 come Peter Handke e, ancora una volta, Bertolt Brecht.

Il gruppo berlinese Rimini Protokoll proporrà The Walks, performance itinerante ripensata appositamente per il Festival «che utilizza lo spazio pubblico come uno scenario teatrale», leggo nei materiali di presentazione. Come ciò avverrà? 

Agata: Sono due gli spettacoli di collettivi berlinesi che vengono ripensati appositamente per il festival. Ancor più fortemente dei Rimini Protokoll è il collettivo femminista She She Pop a mettersi in dialogo con il territorio, riscrivendo fino all’ultimo giorno il proprio monologo collettivo Posseduto che andrà in scena al teatro Rasi la sera dell’11 maggio. Prima a distanza con il mio “supporto drammaturgico locale” (sono in relazione telematica con loro da dicembre!) e poi con la cura di Francesca Mambelli che nelle ultime settimane ha organizzato per loro una serie di incontri con “esperti del quotidiano” della Romagna, per indagare il tema della proprietà e del possesso (nelle sue molteplici accezioni). In tal modo incontreranno tra l’8 e il 10 maggio a Ravenna giornalisti, attivisti climatici, lavoratori portuali, sindacalisti, per riflettere su alcuni temi centrali per la nostra città, come la transizione ecologica, il rigassificatore, il patrimonio architettonico industriale e la sua conservazione. Ma non mancheranno anche momenti ludico-catartici all’interno del particolare dispositivo in cui sarà appunto il pubblico presente in sala a prendere la parola. The Walks è invece un format che è stato messo alla prova in diverse città del mondo, in diverse lingue, e che noi festival POLIS abbiamo voluto collocare nella cornice speciale dei giardini pubblici di Ravenna, per un gioco di coppia, una danza che riflette sul nostro essere società, essere polis, democrazia, attraverso quella che apparentemente è una delle cose più semplici al mondo: camminare.

 

 

Infine: con quale attitudine è consigliabile venire a un Festival esplicitamente militante come Polis? 

Agata: Con la voglia di farsi sorprendere e “trasformare” dalle visioni che seguiranno, ma anche di passare insieme a noi un tempo speciale fatto di sorrisi, incontri, scambi internazionali, un tempo speciale e sospeso che è quello proprio del festival: dove per una manciata di giorni solo il teatro esiste, e ora dopo ora, minuto dopo minuto, tutto ruota attorno ad esso: parole, sogni, caffè, aperitivi, cappelletti, ma anche mosaici, mostre fotografiche e ovviamente libri, spettacoli, ascolti sonori.

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Al via il Bellaria Film Festival

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L'empire di Bruno Dumont

Si inaugura domani 8 maggio la 42ma edizione del Bellaria Film Festival, dedicato al cinema indipendente, che si terrà a Bellaria Igea Marina (RN) sino a domenica 12 maggio. Il primo appuntamento della giornata è previsto alle ore 10:00 presso il Cinema Astra (Via Guido Paolo 77) con la proiezione del film Io e Il Secco, che fa parte dell’iniziativa BFF for school, le cui proiezioni sono gratuite per gli studenti e le studentesse delle scuole medie.

Alle ore 14:30 la giornata prosegue, sempre presso il Cinema Astra, con la proiezione dei tre cortometraggi realizzati nell’ambito dell’iniziativa NAUFRAGARE Summer School di Approdi, realizzati sotto la supervisione di Alessandro Comodin: Luna di Nicolò Sala, Scaglie di Camilla Fragasso e Domani che fai di Emanuele Tresca e Maria Elena Franceschini, i cortometraggi saranno proiettati alla presenza dei filmmakers e di Alessandro Comodin.  A seguire, alle ore 15:30, con un evento in collaborazione con Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello partirà da Bellaria la circuitazione della cinquina dei cortometraggi finalisti dei David di Donatello: Asteriòn di Francesco Montagner, Foto di gruppo di Tommaso Frangini, In quanto a noi di Simone Massi, The Meatseller di Margherita Giusti e We Should All Be Futurists di Angela Norelli.

Alle ore 17:30 presso il Cinema Astra si terrà il primo evento speciale di questa edizione, in cui verrà assegnato a Barbara Ronchi il Premio Casa Rossa per la Miglior Interpretazione per il suo lavoro nel film Io e il secco di Gianluca Santoni, realizzato grazie al supporto dell’Emilia-Romagna Film Commission e che verrà proiettato in anteprima assoluta alla presenza dell’attrice Barbara Ronchi, dell’attore Francesco Lombardo e del regista Gianluca Santoni.

Al Palazzo del Turismo (Via Lonardo Da Vinci, 8) alle ore 18:30 verrà inaugurata con un vernissage alla presenza della fotografa Simona Pampallona e della regista Alice Rohrwacher la mostra Tra le rovine, la luce esposizione di scatti inediti dal set dell’ultimo film di Alice Rohrwacher La Chimera. La mostra, allestita in occasione del Premio Filmidee, che verrà assegnato per la prima volta quest’anno al film, sarà visitabile per tutta la durata del festival gratuitamente. In occasione dell’apertura delle porte, si terrà inoltre un incontro con la regista alle ore 17:00 .

Alle ore 19:30 si terrà l’inaugurazione ufficiale di questa edizione del festival, nel Salottino BFF, posto in Piazzetta Federico Fellini. Alla presenza della direttrice artistica per il terzo anno consecutivo Daniela Persico, del Sindaco di Bellaria Igea Marina Filippo Giorgetti, dell’Emilia-Romagna Film Commission e gli ospiti d’eccezione: Barbara Ronchi, Bruno Dumont, Alice Rohrwacher, Andrea Sartoretti e Andrea Lattanzi

Alle ore 21:30 al Cinema Astra avrà luogo la proiezione in anteprima nazionale del film d’apertura del Festival L’Empire di Bruno Dumont, che sarà presente in sala. Il Film, premiato con l’Orso d’Argento Premio della giuria all’ultima Berlinale, è una rivisitazione burlesca di uno scontro di entità aliene che rielabora in maniera sapiente l’eredità culturale dell’Occidente con le sue regge (il film è stato in parte girato a Caserta) e le sue cattedrali. Coprodotto da Ascent Film, il film uscirà al cinema il 13 giugno distribuito da AcademyTwo. Per l’occasione Bruno Dumont sarà ospite al Bellaria Film Festival, dove terrà una masterclass sul suo cinema. Il film sarà inoltre il primo titolo a inaugurare il circuito di Sale Anteprima, una serie di schermi d’essai tra Emilia-Romagna, Marche e Toscana nate dalla collaborazione tra Giometti Cinema e Bellaria Film Festival.

ELEMENTI, Quinta edizione a cura di MAGMA

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Dal 2 giugno al 14 agosto 2024, MAGMA presenta la quinta edizione di ELEMENTI, la rassegna itinerante di musica, performance e arti visive contemporanee, ideata nel 2020 con l’intento di creare una dimensione performativa immersiva all’interno di paesaggi naturali dall’elevata potenza emozionale che caratterizzano il territorio romagnolo.

A un anno dall’ultima edizione, realizzata nel difficile periodo immediatamente successivo all’alluvione che ha colpito la regione, ELEMENTI ha scelto di invitare ancora una volta il pubblico a scoprire una serie straordinari palcoscenici en plein air, tra Cervia, Milano Marittima, Faenza e Lugo di Romagna con una serie di eventi a impatto ambientale zero basati sulle specificità naturali di ogni location. L’edizione 2024 di ELEMENTI conferma il proprio format interdisciplinare volto alla diffusione multisensoriale di forme eterogenee di espressione artistica contemporanea, con un calendario di 14 spettacoli performativi site specific distribuiti in 7 giornate, corredati da percorsi ed attività educative, ludiche e pratiche creative a base partecipativa.

Il calendario di eventi performativi – come sempre gratuiti – vedrà il coinvolgimento di giovani talenti emergenti e artisti affermati nel panorama internazionale.

Si parte domenica 2 giugno nell’area di un ex capanno da pesca che si affaccia sul paesaggio della Salina di Cervia con i protagonisti del revival new age Spencer Clark e Lieven Martens (nelle vesti di Monopoly Child Star Searchers & Dolphins Into The Future), che esploreranno i territori più marginali del suono onirico, a cavallo tra pop-ipnagogico, ambient, neo-psichedelia, sound art (posti limitati, evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com).

Domenica 23 giugno, presso il Circolo Kayak di Milano Marittima, il pubblico potrà prenotare un’escursione via acqua verso la Salina, seguita da uno spettacolo live al tramonto della band italiana Hearth of Snake, rituale ideato da Vincenzo Marando con Alberto Danzi e Cosimo Rosa, a cui nel 2023 si sono aggiunti Francesca Colombo aka Mira e Paul Beauchamp. L’evento si concluderà al Circolo Kayak, con una selezione musicale curata da MAGMA (posti limitati, evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com).

Domenica 7 luglio, la Pineta di Cervia ospiterà un laboratorio condotto dall’architetto, musicista, sound artist e studioso Nicola di Croce che si focalizzerà sulla relazione tra studi urbani e sonori, e due live performance: la sound designer e musicista Agnese Banti eseguirà un intervento sonoro acustico site specific, mentre la performer e compositrice giapponese Michiko Ogawa si esibirà con clarinetto e shō (posti limitati, evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com).

Sabato 20 e domenica 21 luglio, presso il suggestivo parco di Villa Emaldi a Faenza si potrà partecipare a laboratori di ceramica in collaborazione con AiCC – Associazione italiana Città della Ceramica e il Museo Carlo Zauli con il maestro ceramista Fabiano Sportelli, specializzato nel creare fischietti e ceramiche sonore (posti limitati, evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com).

La giornata del 20 luglio prevederà anche djset e interventi performativi del collettivo Armonika, una live performance di Uomo Uccello (Claudio Montuori), due interventi site-specific sulle azioni sonore di Jacopo Buono e del sassofonista Bertrand Gauguet. Nella notte dal 20 al 21 luglio ci sarà uno sleeping concert di sette ore aperto al pubblico con Equohm, Erob, Manticora in cui esplorare lo spazio tra sonno e veglia.

Domenica 4 agosto, l’incantevole scenario “lunare” dell’Aia della Salina di Cervia al calare del sole farà da sfondo a un’esibizione live. A esibirsi sarà Cucina Povera, il progetto solista della musicista lussemburghese-finlandese Maria Rossi, acclamata come una delle nuove voci più sorprendenti della scena musicale underground di Glasgow. (posti limitati, evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com).

Per l’ultimo evento della rassegna, mercoledì 14 agosto, all’Aeroporto Francesco Baracca di Bagnara-Lugo di Romagna si esibirà il progetto musicale Parus, creato da Anton Anishchanka, produttore di musica elettroacustica, in collaborazione con la cantante ed etnografa Hanna Silivonchyk. Al tramonto, all’interno di un hangar dell’aeroporto, sarà presentata l’installazione audiovisiva No Such Array del musicista John Chantler. Come cornice all’evento, dal tardo pomeriggio fino a notte fonda il collettivo bolognese Undicesimacasa proporrà una serie di sessioni d’ascolto, live e djset.

La quinta edizione di ELEMENTI in collaborazione con l’Unione della Romagna Faentina, l’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, il Comune di Cervia e il Parco della Salina di Cervia, il Comune di Faenza ed il Museo Carlo Zauli di Faenza.

Ingresso gratuito

Per maggiori informazioni:

riservaree@gmail.com

www.magma.zone

MAGMA opera sul territorio romagnolo dal 2014, rappresenta un collettivo di ricerca interdisciplinare impegnato nello sviluppo di progetti curatoriali volti alla diffusione e alla percezione multisensoriale di forme eterogenee di espressione artistica contemporanea, tra cui musica, performance e arti visive. MAGMA è per sua natura un’associazione culturale nomadica, si attiva a partire dal contesto e contestualizza il suo intervento per ridefinire o ampliare l’identità del luogo stesso. Quello che ci interessa è agire con esperienze immersive per convertire a livello simbolico e culturale la percezione collettiva di luoghi dall’alto valore storico artistico e naturalistico: siano essi paesaggi naturali suggestivi (urbani ed extraurbani) o contesti culturali istituzionali con i quali progettare proposte allineate con l’identità culturale del territorio. Esempi di tali contesti includono il museo MAR di Ravenna, l’Ex Convento di San Francesco a Bagnacavallo, Casa Varoli a Cotignola, l’ex discoteca Woodpecker ed il Magazzino Darsena di Cervia. Ha organizzato e curato diversi eventi culturali, come il festival Modulo Fest, e le mostre collettive Non Giudicare a cura di Viola Emaldi (2020) e Il rituale del serpente a cura di Viola Emaldi e Valentina Rossi (2021) all’interno dell’ex convento di San Francesco di Bagnacavallo.

Programma:

• 2 giugno, dalle ore 19 |Capanno della Salina, Via del Vallone, Cervia

Live: Spencer Clark and Lieven Martens (Monopoly Child Star Searchers & Dolphins Into The Future)

Evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com

• 23 giugno, dalle ore 18 | Circolo Kayak di Milano Marittima Viale Jelenia Gora, 8/a Cervia e Salina di Cervia, Via del Vallone, Cervia

Live: Heart of Snake

Djset: a cura di MAGMA

Evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com

• 7 luglio, dalle ore 18 | Pineta di Cervia, Viale Jelenia Gora, 8/a Cervia

Laboratorio: Nicola di Croce

Live: Agnese Banti

Live: Michiko Ogawa

evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com

• 20-21 luglio, dalle ore 17 | Villa Emaldi, via Firenze 238, Faenza

Laboratori di ceramica: Fabiano Sportelli in collaborazione con AiCC e Museo Carlo Zauli (evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com)

Djset e interventi performativi: Armonika

Live: Bertrand Gauguet

Live: Uomo Uccello (Claudio Montuori)

Intervento sonoro: Jacopo Buono

Sleeping Concert: Equohm, Erob, Manticora (Carolina Martines e Giovanni Lami)

Evento su prenotazione alla mail riservaree@gmail.com

• 4 agosto, dalle ore 19.00 | Aia della Salina, Via Salara Provinciale 6, Cervia

Live: Cucina Povera (Maria Rossi)

• 14 agosto dalle ore 18.00| Aeroporto F. Baracca, Via Ripe di Bagnara 4, Bagnara-Lugo

Live: Parus (Anton Anishchanka e Hanna Silivonchyk)

Live e dj-set: Undicesimacasa

Installazione audiovisiva: No Such Array di John Chantler

Ad AngelicA “I Suoni dalla Norvegia”

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Signe Emmeluth

I suoni della Norvegia al centro della serata di lunedì 6 maggio, con il progetto in prima italiana Banshee di Signe Emmeluth, in programma alle ore 20.30.

Emmeluth è divenuta uno dei fulcri della nuova musica e del nuovo jazz norvegese, attraverso i suoi Emmeluth’s Amoeba, il duo Owl e le collaborazioni con Trondheim Jazz Orchestra, Spacemusic Ensemble e Skarbø Skulekorps, tra gli altri.

Il nome Banshee si riferisce alla creatura mitica le cui grida e lamenti stridenti annunciano distruzione, dolore e morte. Per Emmeluth però, “il personaggio di Banshee non è necessariamente inteso come qualcosa di spaventoso e orribile, ma piuttosto come una dichiarazione che il tempo vola. Vivete la vita che avete. Cosa vogliamo sperimentare finché esistiamo? Cosa lasciarci alle spalle? Siamo presenti?”.

Resa materia esplosiva dal team all-star di musicisti norvegesi che la accompagnano ­–Maja S.K. Ratkje, Heiða Karine Jóhannesdóttir Mobeck, Jennifer Torrence, Anne “Efternøler” Andersson e Magnus Skavhaug Nergaard –, Banshee è una suite che combina le strutture armoniche della musica contemporanea, le forme tematiche del jazz d’avanguardia, i ritmi insistenti e la tendenza verso la trance della musica techno, con la comprensione della forma della musica improvvisata.

La danese Signe Emmeluth, compositrice e sassofonista, vive a Oslo, dove è divenuta uno dei fulcri del nuovo jazz norvegese. Ha esordito discograficamente con i suoi Emmeluth’s Amoeba nel 2018, il cui ultimo album Nonsense (moserobie Music) è uscito a febbraio 2024. Con il chitarrista del quartetto, Karl Bjorå, ha formato anche il duo jazz-elettronico Owl (visti al Centro di Ricerca Musicale nel febbraio 2022). Ha inoltre inciso in solo (due album su Relative Pitch e Smalltown Supersound) e collaborato tra gli altri con Trondheim Jazz Orchestra, Spacemusic Ensemble, Skarbø Skulekorps, Fire! Orchestra, Paal Nilssen-Love Circus, e Supersonic Orchestra. Ha ricevuto lo SpareBank 1 SMN JazZtipendiat 20/21, e nel 2021 il premio De Unges Lindeman (miglior giovane talento) dell’Accademia Norvegese di Musica.

Maja S. K. Ratkje, cantante e compositrice, vive a Oslo. Ha fatto parte per molti anni del quartetto Spunk, e ha inciso in duo con Lasse Marhaug, e sotto i nomi Fe-Mail (con Hild Sofie Tafjord delle Spunk) e Avant Joik (con Sami Katarina Barruk).

Le sue composizioni sono state eseguite da Klangforum Wien, Oslo e Bodø Sinfonietta, Norwegian Radio Orchestra, Nordic Voices, e dall’ensemble Fretwork tra gli altri. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui Ars Electronica 2002 a Linz, l’Arne Nordheim Prize, il Norwegian Edvard Prize, il Liv Ullman Prize, e il Lindeman Prize. Ha partecipato ad AngelicA nel 2011 (in solo e con il quartetto Poing), nel 2016 (con Spunk), e nel 2023 in duo con Stian Westerhus.

Heiða Karine Jóhannesdóttir Mobeck, tubaista e musicista elettronica, è nata e vive a Trondheim. Fa parte del duo SKRAP e dei gruppi Finity e Broen, e ha suonato tra gli altri con Kalle, Spacemusic Ensemble, Trondheim Jazz Orchestra, Skadedyr, e per gli spettacoli di danza Flakkande Røynd e STATE. Ha ricevuto il premio SpareBank 1 SMN JazZtipendiat 16/17. Ha partecipato ad Angelica nel 2017 con SKRAP e nel 2018 con Skadedyr.

Jennifer Torrence, percussionista specializzata nella musica contemporanea, vive a Oslo. Ha fatto parte dei gruppi Pinquins e Something Out There, ed è stata percussionista principale della Arctic Philharmonic. Collabora con Alpaca Ensemble, Ensemble This/Ensemble That, Hong Kong New Music Ensemble, Gamelan Ensemble Nist-Nahe, e ha inciso tra gli altri lavori di Catherine Lamb con Ensemble neoN, e Peter V. Swendsen con l’Oberlin Contemporary Music Ensemble.

Guostė Tamulynaitė, pianista, è lituana e vive a Oslo. Solista con l’Orchestra Filarmonica di Ryga, fa parte del collettivo Blomsterbed, ha collaborato con gli Skarbø Skulekorps, e ha composto le musiche per le compagnie di danza Flakkande Røynd, STATE e River Being. Ha composto su commissione del festival Borealis di Bergen il suo lavoro Musicality, presentato nell’edizione 2023.

Anne “Efternøler” Andersson, trombettista, improvvisatrice e compositrice, vive a Copenaghen. È conosciuta per il suo lavoro solista e le collaborazioni con Jeppe Zeeberg, Kresten Osgood, Jomi Massage e Hilmar Jensson. Anne Efternøler & Lige Børn (Hobby Horse 2022) ha segnato il suo debutto come leader di un quartetto formato in compagnia di tre contrabbassisti: Anders Christensen, Richard Andersson, e Thomas Morgan.

Magnus Skavhaug Nergaard, bassista, vive a Oslo. Ha inciso quattro album con il quartetto alternative rock/free Monkey Plot, tre con gli Ich Bin N!ntendo, e ha fatto parte di altre formazioni come Pseudo Fruit, Delish e Ronja. Nel 2022 ha inoltre inciso in trio con Signe Emmeluth e Knedal Andersen la cassetta The A–Z Of Microwave Cookery per l’americana Astral Spirits.

 

Lunedì 6 maggio – ore 20.30 – Centro di Ricerca Musicale/Teatro San Leonardo

Signe Emmeluth

BANSHEE

prima italiana

Signe Emmeluth sax alto, elettronica, voce

Guoste Tamulynaïte pianoforte, sintetizzatori, voce

Magnus Skavhaug Nergaard contrabbasso, basso elettrico

Maja S. K. Ratkje voce, violino, elettronica

Anne “Efternøler” Andersson tromba, voce

Heida Karine Johannesdottír Mobeck tuba, elettronica, voce

Jennifer Torrence percussioni, voce

musiche di Signe Emmeluth

a cura di Luca Vitali

Presentato dall’Associazione Pierrot Lunaire APS, AngELICA è parte di EUROPE FOR FESTIVALS – FESTIVALS FOR EUROPE, EFFE LABEL 2024-2025, di Clust-ER Create, di I-Jazz; AngELICA 2024 è realizzato con il sostegno di MINISTERO DELLA CULTURA, Regione Emilia-Romagna – Assessorato alla Cultura; con il sostegno del Comune di Bologna – in collaborazione con Bologna Città della Musica Unesco; con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione Carisbo;  con il sostegno di Institut français à Paris; con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi; con il sostegno della Reale Ambasciata di Norvegia; con il sostegno del Canada Council for the Arts, Conseil des arts et des lettres du Québec; con la collaborazione dell’Ambasciata della Repubblica di Indonesia a Roma e Insitu Recordings – Badung – Bali, Indonesia; con la collaborazione Fscire – Fondazione per le scienze religiose; con la collaborazione del Conservatorio di Musica “Giovan Battista Martini”; Media Partner – Rai Radio 3, gdm – il giornale della musica, G – gagarin orbite culturali, Edizioni Zero, Bologna Welcome, ER-Cultura

AngelicA Festival Internazionale di Musica

34° anno

Bologna, dal 2 al 30 maggio

Luoghi

Bologna

Centro di Ricerca Musicale/Teatro San Leonardo (Via San Vitale, 63)

Chiesa di Santa Maria della Pietà (Via San Vitale, 112)

Biglietti

Concerti 2, 6, 10, 11, 17, 19, 25, 26, 29, 30 maggio: 10 € | ridotto 5 €

Concerti 3, 18 maggio: 20 € | ridotto 10 €

Concerto 14 maggio (Momento Saggio del Piccolo Coro Angelico): ingresso libero

Ridotto:

– per studenti dell’Università di Bologna, del Conservatorio di Musica “G. B. Martini” di Bologna e del Liceo Musicale “Lucio Dalla”

– ai possessori della Card Cultura e Carta Giovani Nazionale verrà applicato uno sconto di 2 € sul biglietto intero

La biglietteria apre 30 minuti prima dell’orario del concerto

Prevendita: https://www.boxerticket.it/eventi/angelica-34/

AngelicA

Centro di Ricerca Musicale/Teatro San Leonardo

Associazione Pierrot Lunaire APS

Via San Vitale, 63-67

40125 Bologna

Tel. 051.240310

 

Milva, diva per sempre: il docufilm su Rai Play

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Milva

Chioma color del fuoco, fiamma negli occhi, la passione viva nella voce. Maria Ilva Biolcati, in arte Milva: diva in eterno, artista indimenticabile, una delle protagoniste assolute della scena musicale dell’Italia del boom economico.

A tre anni dalla scomparsa della Pantera di Goro (soprannominata così per completare il “trio zoologico” che allora affascinava l’Italia, ovvero: Mina, detta “la tigre di Cremona” e Iva Zanicchi, alias “l’aquila di Ligonchio”), il lungometraggio “Milva, diva per sempre”, regia di Angelo Longoni, prodotto da Elide Melli per Cosmo P. Eu in collaborazione con Rai Documentari, ripercorre la vita e la carriera della cantante: dall’esordio in provincia alle performances nei teatri di tutto il mondo, consentendoci di comprendere l’evoluzione culturale dell’Italia dagli anni Cinquanta fino al nuovo millennio.

Dal documentario emerge un ritratto emotivo, elegante, introspettivo, a tratti leggero e spensierato, a tratti drammatico, costruito attraverso le testimonianze di sua figlia Martina Corgnati, del suo ultimo compagno di vita Massimo Gallerani ed il prezioso materiale di repertorio relativo alle sue esibizioni dal vivo e ai contributi di chi l’ha conosciuta e amata come artista. Tra questi, Mikīs Theodōrakīs, Vangelis, Enzo Jannacci, Franco Battiato, Astor Piazzolla e Alda Merini, Iva Zanicchi e Gigliola Cinquetti, alcuni giornalisti e scrittori, ma anche lei stessa, con gli stralci delle innumerevoli interviste rilasciate durante la sua lunga carriera.

Inizia giovanissima a cantare nelle balere del basso ferrarese con il nome d’arte Sabrina, e lì viene notata per la sua grinta e la sua straordinaria voce. Acclamata nei teatri più prestigiosi, la ragazza di provincia si trasforma in una raffinata interprete, sentendosi a proprio agio nel Tango di Astor Piazzolla come nel musical di Garinei e Giovannini. A vent’anni vince un concorso per voci nuove alla Rai, due anni dopo, nel 1961, arriva terza a Sanremo con Il mare nel cassetto, brano che le permise di rivelare l’ampiezza della sua voce. Un anno importante, in cui la critica discografica italiana la nominò “interprete dell’anno”. Ma non solo: Milva debutta al cinema nel film La bellezza d’Ippolita, di Giancarlo Zagni , al fianco di Gina Lollobrigida. Questa esperienza le diede l’opportunità di mettere in risalto la sua criniera rossa che gli valse il soprannome di “La Rossa”. La sua voce potente e la grinta ancora naif, col crescere dell’esperienza forgeranno il suo inconfondibile temperamento.

Un talento riconosciuto in America Latina, Spagna, Francia – dove è stata paragonata a Edith Piaf, della quale non solo ha adattato il brano classico Milord, nel 1962 intraprese la sua prima tournée fuori dall’Italia con un tale successo che fu invitata ad esibirsi a Parigi sul palco dell’Olympia dove fu la prima artista non francese a cantare Édith Piaf – e soprattutto in Germania. Dalla Scala al Piccolo Teatro di Milano, dallo Schauspielhaus di Zurigo allo Châtelet all’Opéra di Parigi, dalla Konzerthaus di Berlino al Concertgebouw di Amsterdam, dalla Suntory Hall a Tokyo fino alla Carnegie Hall a New York e al Teatro Colon di Buenos Aires. Oltre 80 milioni di dischi in tutto il mondo e ad oggi detiene il primato di artista italiana con il maggior numero di album realizzati: ben 173 tra album in studio, album dal vivo e raccolte, di cui 39 per il solo mercato italiano e 126 singoli.

Grazie all’album I canti della libertà riesce a stregare Paolo Grassi, che la invita a un recital al Piccolo Teatro. Giorgio Strehler il regista colosso del Piccolo, la vuole in un provino: ne rimane stregato al punto da offrirle dopo soli 10 giorni la presenza nel recital di poesie e canzoni di Bertold Brecht che segnerà per sempre la sua parte più colta e amata nella Milano intellettuale. Diventa una delle più rilevanti attrici italiane, anzi la maggior interprete Brechtiana. Un altro incontro decisivo per lei è quello con Franco Battiato all’inizio degli anni ’80: il frutto più bello e conosciuto della loro collaborazione è il brano Alexanderplatz. Dagli anni ’70 in poi Milva ha seguito una doppia traiettoria professionale: quella della sofisticata interprete dei repertori più importanti e quella della cantante da Sanremo, dove è apparsa per l’ultima volta nel 2007 in coppia con Giorgio Faletti.

Con Milva, diva per sempre, Rai Documentari restituisce lo spessore artistico e il profilo più intimo di una cantante straordinaria che ha segnato per sempre la storia della musica italiana, per ricordare e far conoscere l’inestimabile patrimonio culturale e umano che ci ha lasciato.

Rai Play

Nasce Rabicano | Festival Internazionale del Teatro per gli Spazi Aperti. Audio-conversazione con Natasha Czertok e Marco Luciano

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Teatro Nucleo, Quijote! (1990)

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La prima edizione di Rabicano | Festival Internazionale del Teatro per gli Spazi Aperti è in programma da oggi fino a domenica 12 maggio a Ferrara.

Tra i mille appuntamenti (tutti gratuiti – QUI il programma completo) rinasce il mitico Quijote! di Teatro Nucleo.

Ascolta l’intervista alla Direzione Artistica del Festival:

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Cassio fotografa le camere oscure del nostro cuore

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“Amore ti odio” è una canzone che arriva in un momento particolare e non facile della mia vita e unisce migliaia di puntini della mia storia. È una canzone che aveva paura di essere scritta da uno che aveva paura di cantarla. Immagino che “Amore ti odio” sia per uno come me l’unico modo di parlare di “amore” in una canzone. È guardare qualcosa di bello e vederne già il finale, è dormire abbracciati con le mosche intorno… Come se un finale di merda non ci fosse. È voler essere vecchi, per vedere in quale punto della storia la vita ce lo metterà in culo. Parla d’amore, se vogliamo, parla di paura, parla di un giorno in mezzo a tanti, dove mi prendo il lusso di sentirmi meno solo.

Amore ti odio è il nuovo singolo di Cassio, che anticipa l’ep Felice a ½, dove il cantautore livornese si prende il lusso di sentirsi meno solo. Il brano è stato scritto da Simone Brondi e co-prodotto con Stefano CalabreseAndrea Filippi e Dario Brandini. L’immaginario fotografico e i credits artwork sono a cura di Francesca Di Fazio. Ed è proprio l’unico modo in cui Simone Brondi, aka Cassio, attraverso la sua musica riesce a esternare quello che ha dentro e a regalarci pezzi di una purezza autentica, dove riusciamo a specchiarci e ritrovarci.

Cos’è che fa smuovere gli artisti più grandiosi? Sicuramente non è la felicità, lo sappiamo benissimo, è la tristezza e tutta quella inquietudine che ci portiamo addosso. E l’amore è quel sentimento che ci fa paura, quella paura di buttarsi, quella paura di essere felici, con la consapevolezza che potrebbe finire tutto quanto in un attimo, siamo tutti quanti vulnerabili di fronte a tutto questo e non c’è via di scampo. Cassio con questo pezzo è riuscito a fotografare le camere oscure del nostro cuore, dove i colori in bianco e nero dalle sfumature punk, emo e folk rendono questo cantautorato nostalgico, malinconico, maledettamente crudo ma unico nel suo genere dove noi eterni perdenti riusciamo a sentirci meno soli.

“L’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145)

“Volevo portare un fiore
Ma ho trovato chiuso
Ho preso solo le foglie”

 

In programma al Teatro San Leonardo un doppio set: apre la serata una performance per pianoforte di Chris Brown e, a seguire, Roscoe Mitchell e Michele Rabbia

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La 34esima edizione di AngelicA Festival prosegue venerdì 3 maggio con un doppio set, a partire dalle ore 20.30: nella prima parte della serata assisteremo a rhythmiChrome di Chris Brown, una performance per pianoforte virtuale e live electronics, che usa come base le armonie-ritmo a intonazione naturale di quattro canzoni tratte da Occhio (2021), un ciclo per voce con violoncello, oboe, e piano elettronico+computer. Il brano è un puzzle auditivo, in cui ogni nota viene suonata simultaneamente sia come altezza che come ritmo, espandendo le idee di Henry Cowell e la loro realizzazione nel Rhythmicon di Leon Theremin.

Protagonista della seconda parte della serata sarà invece Roscoe Mitchell, che torna ad AngelicA – dopo i progetti speciali che lo hanno coinvolto nel 2011 e 2017 (con Pauline Oliveros, John Tilbury, Wadada Leo Smith, e poi con Francesco Filidei e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna), confluiti in altrettante produzioni discografiche del festival – per esibirsi insieme al percussionista Michele Rabbia.

Sassofonista, flautista e compositore, nonché co-fondatore dell’AACM e dell’Art Ensemble of Chicago, dagli anni ’60 Roscoe Mitchell è una delle figure chiave del jazz e dell’avanguardia contemporanea. Michele Rabbia suona dalla metà degli anni ‘90 in diversi contesti musicali in compagnia di musicisti come Antonello Salis, Stefano Battaglia, Eivind Aarset, Ingar Zach. I due si sono esibiti insieme in un’unica occasione, a Padova nel 2016. Dopo otto anni, tornano a suonare insieme in un tour che promette:

«sonorità inaspettate in un continuo e naturale dialogo tra due distinte, ma complementari, sensibilità».

 

Gabriele Lavia mette in scena la pazzia dell’uomo ridicolo di Dostoevskij

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foto Teatro Comunale Cesenatico

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“Mi dispiace terribilmente, ma questa sarà l’ultima volta che metterò in scena Il sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij. La memoria ormai inizia a cedere e nonostante conosca alla perfezione quest’opera, a causa dell’età che avanza, non me la sento più!”

Sabato 13 aprile al Teatro Comunale di Cesenatico sono stato spettatore dell’ultima rappresentazione di questo racconto di Dostoevskij, messo in scena numerose volte nel corso degli anni da Gabriele Lavia regista-attore di origini siciliane ma nato e cresciuto a Torino.

È stata una vera e propria festa, solenne e gioiosa. Un momento perfetto, che i presenti ricorderanno come esempio di bellezza senza tempo.

D’altronde Gabriele Lavia non ha di certo bisogno di presentazioni: 82 anni portati con leggerezza attraversa da sempre – vien da dire – i palcoscenici internazionali con poliedrica disinvoltura. Magnetico e ieratico,  il suo talento abbacinante e cristallino gli ha permesso, strada facendo, di sperimentare,  innovare e stravolgere il canovaccio a suo piacimento, senza mai dimenticare la regola aurea ossia che   “il teatro è la cosa più importante che l’uomo ha inventato, cioè raccontare l’uomo attraverso l’uomo davanti all’uomo”.

L’attore, suoi la regia, l’adattamento e la traduzione, vestito di nero, si sposta a piccoli passi, compie movimenti nervosi attorno ad una sedia, sua unica compagna di scena, mentre recita il monologo, disegnando così uno spazio circoscritto entro cui, gesticolando e toccandosi il volto, esprime la rabbia e lo sconforto del protagonista.

Nel libro Dostoevskij parla di amor proprio; parte dalla descrizione di un personaggio che ha una certa considerazione di sé: un uomo orgoglioso che non accetta di trovarsi inadeguato di fronte agli altri, per cui ogni cosa nel mondo gli risulta indifferente. Il testo descrive l’incertezza umana e porta in scena il dramma della corruzione moderna. L’opera narra di un sogno che il protagonista fa durante uno dei suoi momenti di profonda e tragica introversione. Colpito dalla indifferenza del mondo acquista una rivoltella con l’intenzione di suicidarsi. Una sera però, a seguito dell’incontro con una bambina che smuove qualcosa nel suo animo, torna a casa e dopo essersi addormentato giunge alla sua “visione della verità” grazie a un sogno che lo trasporta in un’età dell’oro che sembra governata dalla saggezza e dal bene comune, ma che poi viene contaminata dalla paura e dall’ indifferenza dell’uomo moderno.

 

foto Teatro Comunale Cesenatico

 

Grazie alla perfetta padronanza della scena e al superbo uso della voce, non amplificata, Lavia infonde un significato profondo e attuale al testo di Dostoevskij, trasferendolo emotivamente agli spettatori: dal 1887 a oggi il senso di fallimento e di sconfitta, l’insofferenza dell’essere umano è sempre la stessa. L’uomo è e sarà sempre vittima delle proprie insicurezze, perché il mondo che lo circonda è governato dalla violenza, dalla sopraffazione e dalla vanità.

Dostoevskij ci insegna che la ricchezza materiale e la sete di sottomettere il prossimo per puro gioco, per diletto, sono alcuni dei drammi dell’umanità, a cui nessuno può sottrarsi; il suicidio sembra essere l’unica via di salvezza. Ma è proprio quando tutto sembra perduto che giunge un barlume di speranza e di salvezza: sta a noi scorgerlo per rialzarci e dare un nuovo significato alle nostre vite.

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