saluti da Ponzano«… essendo la Signorina Gelsomina in montagna per respirare aria buona, la invito a una cena domenicale senza pretese, in una piccola trattoria della Valsamoggia, vicino a Bologna. Qui, per risparmiare sulla burocrazia, si sono appena fusi cinque comuni diversi, e se la cucina locale fosse semplice, efficiente e razionale come le amministrazioni sarebbe già una bella cosa.

Il posto dove andiamo, io e la Signorina Gelsomina, sembra ricavato da un vecchio casolare di campagna e difatti l’ambiente, coi muri bassi e le travi di legno a vista, ricorda proprio quello delle abitazioni dove, cent’anni fa, siamo cresciuti noi. I piatti son quelli della zona, di quelle colline placide in procinto di diventare Appennino modenese in cui tutto si prepara all’autunno e i funghi li metterebbero pure dentro i bignè.

Per il primo domandiamo quale sia la specialità della casa e, in conseguenza, ordiniamo una porzione per due di tortelloni all’ortica, appunto insaporiti dai funghi, mentre per il secondo, siccome ci vien riferito che la domenica sera le famiglie vengono per mangiare gnocco fritto e crescenta in tigella (dette erroneamente crescentine e tigelle), allora, ecco, sentendoci un po’ famiglia anche noi (o almeno questo l’ho pensato io, ma alla Signorina Gelsomina non l’ho detto), ci accodiamo all’usanza. Nel tempo (relativamente breve) che attendiamo per il primo, oltre a discorrere dell’estate molto piovosa appena trascorsa, ci servono un antipastino, una frittatina con ricotta e verdurine piuttosto delicata e uno gnocchetto buono, per niente unto anzi molto leggero, poi arrivano i tortelloni, onesti e appetitosi, nonché generosi nella porzione, che sarebbe per due ma di persone potrebbe sfamarne pure tre. Ancora più ricca (benché, come da richiesta, singola) è la portata dello gnocco fritto, sempre buono, e delle crescentine in tigella (piccole e cicciottelle), entrambi guarniti da un cabaret con quantità di lardo, affettati, formaggi, sottaceti e marmellate  sufficienti a sfamare una tavolata.

Infatti qualcosa lasciamo nei piatti, ma mica per maleducazione, perché siam pieni; e giustamente il cameriere – un ragazzo a posto – ci fa un cestino da portar via (che la Signorina Gelsomina mangerà per colazione, perché, lei dice, con lo gnocco fritto avanzato dalla sera prima ci si fa colazione con il caffè o con il latte). Pieni, dicevo, e però non appesantiti, visto che anche il vino della casa (abbiam preso un litro di sangiovese) si beve con tanto piacere e non lascia in gola quel sapore acidulo di certi rossi emiliani.

Io ci metto sopra anche un caffé, che è pure buono, e un liquore, che son goloso; nel frattempo sul tavolo arriva un piattino di meringhette casalinghe offerte dalla casa. La quale casa, dobbiamo dirlo (e poi la Signorina Gelsomina è d’accordo con me), risulta accogliente in quanto semplice e ordinata, d’altri tempi, sì, ma in modo spontaneo, mica finto o costruito. Basta – dico – guardare l’antibagno dove si entra per raggiungere la toilette: assomiglia a una sagrestia, o all’ingresso di una stalla con appendiabiti e strumenti da lavoro, però tutta pulita e conservata con cura.

Il conto (35 €) mi sembra normale. Giusto, insomma. E mi sembra giusta, quindi riposante, l’atmosfera familiare, la madia dove stanno i bicchieri, quel trabiccolone della vecchia macchina da caffè Faema e tutti quei particolari che un giorno, quando le città metropolitane di cui si parla tanto si saranno mangiate la provincia tutta intera, forse non esisteranno più, e allora mi mancheranno, anche se poi, da piccolo, mi sembravan così brutte e tristi da voler scappare via. Chissà com’era da piccola la Signorina Gelsomina: stasera, che è contenta (si vede), è proprio molto bellina, ma secondo me lo è stata sempre…»

VECCHIA OSTERIA DI PONZANO
Valle del Samoggia, 4818
40060 – Castello di Serravalle (Bo)
051.6703009
– chiuso il lunedì e il martedì
– aperto a cena dal mercoledì alla domenica, per pranzo il sabato e la domenica  

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