Lenz Fondazione, Paradiso. Un Pezzo Sacro - © Francesco Pititto

 

“A l’alta fantasia qui mancò possa”. Rappresentare il Paradiso è limite del linguaggio, non occorre citare Sermonti. Fondazione Lenz con drammaturgia e imagoturgia raccoglie la commissione esclusiva del Festival Verdi e in una sorta di “Ara Pacis parmense” mette molta carne, più umana che divina.

Lo spazio è architettura di maieriana memoria, nel senso che il Ponte Nord isola acusticamente il paesaggio sonoro circostante ma lo rende permeabile alla vista. Il dentro dialoga con il fuori sospendendo gli spettatori accorsi numerosi per Paradiso Un Pezzo Sacro, dentro una bolla spazio-temporale avulsa e autonoma. Poi alla fine sentiamo Dante che si “india” (diventa Dio) annullandosi nello spazio e nel tempo e allora capiamo che il Paradiso in terra, tra tangenziali e spettarli fabbriche, è più umano di un’utopia. Forse il vero site-specific del lavoro è questo. Lo stesso Dante aveva vagato come un Pierrot Lunaire sghembo sperando che Beatrice gli dicesse se fosse meglio il guardare che il vedere e ricevendo in cambio assiomi zen sul nulla da possedere per avere il tutto. Ma quella fragilità claudicante e incerta nel gergale emiliano aveva ammorbidito le pretese di uno spettacolo che molto vuole, molto aggiunge e molto vuole dire, avendo disponibilità e mezzi da usare.

 

Lenz Fondazione, Paradiso. Un Pezzo Sacro – © Francesco Pititto

 

Il lavoro, come gli ultimi di Lenz visti, parte con intenzioni solenni, maestose. Il loro senso del sacro è possibilità di rispecchiamento meditativo, in un sé imponente e a tratti ingombrante. Ma a nostro avviso trova verità nella debolezza. La strada che tracciano gli attori sensibili è più potente dei “fumi e raggi laser”. Nel senso che preferiamo la maternità massima e assoluta che procede sulla strada di un Bobò di Delbono, alle contaminazioni sonore create da Andrea Azzali che ha collazionato assieme variazioni ondulatorie acustiche con le voci dal vivo delle trenta coriste dell’Associazione Cori Parmensi, dirette da Gabriella Corsaro sulle Laudi alla Vergine Maria di Verdi.

Si può procedere in silenzio lungo le scale dal piano terra ai successivi e in silenzio godere della sospensione del tempo teatrale mentre fuori il mondo turbina sulle strade.

 

Lenz Fondazione, Paradiso. Un Pezzo Sacro – © Francesco Pititto

 

Il Paradiso di Lenz è inquieto più che non-luogo dei beati. Ai pellegrini spettatori Francesco Pititto e Maria Federica Maestri propongono quadri aggiungendo nelle premesse le didascalie. Le immagini sostano su Piero della Francesca per l’algido rigore degli ovali dei volti. E quei corpi-crisalide pronti a schiudersi come bozzoli dai sacco a pelo della Quechua ci sono sembrati i corpi deformi di All di Cattelan. L’acqua fa da didascalia. Utero, liquido amniotico, luce come mare (ma allora i corpi nei sacchi potrebbero essere i naufraghi recuperati a Lampedusa), e soprattutto il mistero della maternità virginale, così profondo da dialogare orizzontalmente con l’età. Orizzontale è la linea di Lenz, anche se il Paradiso è ascesa e la rosa mistica un vortice. Il meglio della visione sono i tagli prospettici lungo il tratto del Ponte Nord, come era stato per il lavoro nelle ex carceri. Lungo un segmento, e non una linea, si muovono San Bernardo e Dante, incontrandosi nell’incertezza e nel dubbio. Questa domanda sul “dove andare” ci ha emozionati e alleggeriti. Il Dante nella luna, più che il gioco yin e yang, bambino nell’utero, proiettato sul muro.

È bello il Dante che guarda dall’oblò e triste “si traveste da Pierrot”.

 

SIMONE AZZONI

 

Visto il 19 ottobre 2017 – Parma, Ponte Nord – info: lenzfondazione.it, teatroregioparma.it

 

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